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Il 25 ottobre 1978 faceva la sua comparsa nelle sale americane l’uomo nero, il Male assoluto, l’ombra (The Shape), ovvero Michael Myers. Il film in questione è Halloween – La notte delle streghe, diretto da un allora sconosciutissimo John Carpenter, che veniva dalla buona prova di Distretto 13 – Le brigate della morte, ideale remake del classico di Howard Hawkes, Un dollaro d’onore. A quarant’anni di distanza, è innegabile la potenza inscalfibile di quello che è diventato fin da subito un classico del cinema horror, contribuendo alla nascita del sottogenere slasher, che da lì a pochi anni avrebbe visto la comparsa di un filone tutto suo grazie a pellicole epigoni come Maniac, Venerdì 13, Compleanno di sangue, Benedizione mortale (primo slasher firmato Wes Craven, che successivamente partorirà Nightmare – Dal profondo della notte) e via dicendo. Anche se i modelli più illustri del maestro sono indubbiamente l’Alfred Hitchcock di Psycho e il Michael Powell de L’occhio che uccide – casualmente usciti entrambi nel 1960 – sono innegabili le influenze del giallo italiano, da cui Carpenter saccheggia a piene mani: da Mario Bava (La donna che sapeva troppo, Sei donne per l’assassino, Reazione a catena) a Dario Argento (Profondo rosso, Suspiria) – da quest’ultimo riprenderà anche il modus operandi della martellante colonna sonora – senza dimenticare l’influsso di Sergio Martino (I corpi presentano tracce di violenza carnale) e Lucio Fulci.

Se, quindi, è erroneo affermare che Halloween – La notte delle streghe sia il primo slasher movie della storia del cinema (anche perché se volessimo andare ancora più a ritroso, dovremmo citare persino Fritz Lang e Jacques Tourneur e, in effetti, “The Shape” ha più di qualche punto di contatto con il Golem del cinema espressionista tedesco), è giusto considerare la pellicola un vero punto di svolta del genere horror. Carpenter ha infatti l’intuizione di inserire la figura del suo seral killer in una dimensione mitica, leggendaria, demoniaca; Michael Myers, che a sei anni uccide la sorella Judith, non ha alcun movente, non è spinto da una perversione frutto della sua impotenza sessuale (come capitava al Norman Bates di Psycho), perché non è ancora entrato nella pubertà, e di certo non rientra in un profilo psicologico ben preciso e in grado di spiegarne azioni e motivazione. Carpenter crea una figura archetipica nella quale lo spettatore potrà riversare quella paura primigenia che la notte ci fa ribollire il sangue e che non riusciamo a spiegare, anche con tutta la razionalità del caso. «L’ho incontrato quindici anni fa, era come svuotato; non capiva, non aveva coscienza, non sentiva, anche nel senso più rudimentale, né gioia, né dolore, né male, né bene, né caldo, né freddo. Spaventoso. Un ragazzo di sei anni con una faccia atona, bianca, completamente spenta; e gli occhi neri… gli occhi del Diavolo. Per otto anni ho tentato di riportarlo a noi, ma poi per altri sette l’ho tenuto chiuso, nascosto, perché mi sono reso conto con orrore che dietro quegli occhi viveva e cresceva… il male».

Il demone non si nasconde dietro la maschera stavolta, ma proprio la maschera è il suo volto, perché al suo interno è celato un volto senza espressione, senza alcun briciolo di umanità, un guscio vuoto che aspetta solo di essere riempito dalla follia, dalla paura tutta moderna per l’inspiegabile, per l’ignoto, per ciò che non può essere assoggettato dal raziocinio. Mai uno sguardo così netto sull’orrore contemporaneo era stato filmato per il cinema e mai questo stesso sguardo si era allineato quasi perfettamente con quello dello spettatore, complice in parecchie sequenze degli atti e delle movenze di The Shape grazie al sapiente uso della soggettiva, che pure non è mai completa: lo spettatore potrà anche calarsi nei panni di Michael, ma non potrà mai anticiparne le mosse fino in fondo, proprio perché al contrario di questi egli è assoggettato al pensero razionale. In controcampo abbiamo invece una generazione in piena tempesta ormonale, che ha fatto sua la lezione della rivoluzione sessuale, ma ha pagato il prezzo di una disattenzione letale per i dettagli. Se i film successivi a Halloween – La notte delle streghe hanno reinterpretato questo codice in chiave decisamente reazionaria, tanto che si arriverà a riferirsi allo slasher come al sottogenere più puritano dell’horror, non era certo questa l’intenzione di Carpenter.

Il regista non assume mai una posizione ben precisa: egli non è il mostro incarnato da Michael, ma nemmeno l’eroina dalla sessualità repressa interpretata da una allora esordiente Jamie Lee Curtis, e non è nemmeno lo spettatore, in costante tensione e in perenne balia degli eventi che si dipanano davanti ai suoi occhi. Carpenter è l’uomo invisibile, colui che costruisce la narrazione grazie a movimenti di macchina impercettibili eppure riconoscibilissimi a un occhio attento (e qui ritorna il concetto di attenzione/disattenzione di cui i protagonisti della pellicola sono vittime). Con i pochi mezzi a disposizione (solo 325 mila dollari di budget), Carpenter riafferma un concetto basilare dell’arte del fare cinema, quello che asserisce che ad importare sono le idee e il loro sviluppo. A quarant’anni di distanza – e senza mostrare praticamente nemmeno una goccia di sangue in campo – Halloween – La notte delle streghe rimane ancora uno dei film più terrificanti di tutti i tempi e una lezione di cinema tout court sul potere dell’immagine e l’interpretazione di quest’ultima. Perché non c’è paura più grande di quella che non si può spiegare.

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