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7.8

Quando l’abbiamo incontrata a Milano qualche settimana fa, Joan Wasser ci ha detto di non aver nessun timore o ansia legata all’uscita di Lemons, Limes and Orchids, il suo decimo lavoro sulla lunga distanza, perché ormai è giunta a un punto in cui sente di non aver più nulla da dimostrare. Nulla di cui avere paura. Non c’è ombra di arroganza in un’affermazione del genere, ma solo una sacrosanta consapevolezza. E una cifra di rilassatezza, che è l’espediente ideale per veicolare certe forme di bellezza. La musica è più libera quando si prende il suo tempo, e se a dircelo è una cantautrice e polistrumentista che ha debuttato da solista a 36 anni, costruendo, album dopo album, una solidissima carriera costellata di successi, possiamo decisamente fidarci.

Lemons, Limes and Orchids è un altro distillato dei molti talenti di Joan As Police Woman: la capacità di padroneggiare generi diversi – spaziando con disinvoltura tra le referenze più disparate, dai suoni Motown alle reminiscenze trip-hop della scuola di Bristol, passando per il folk, il camber-pop e l’ambient; il gusto sofisticatissimo negli arrangiamenti (mai scontati, eppure mai tortuosi); la voce prodigiosa senza manierismi, che stavolta più che altrove è volutamente posta al centro.

Lemons, Limes & Orchids, che vanta collaborazioni illustri come Meshell Ndegeocello al basso, Chris Bruce alla chitarra e Daniel Mintseris alle tastiere, è un po’ il contraltare del precedente di The Solution is Restless, il disco del 2021 con Tony Allen e Dave Hokunu: all’opulenza risponde con l’essenzialità; alla moltiplicazione sostituisce la sottrazione. Anche l’approccio compositivo è profondamente diverso: non si parte dalla musica, come di consueto, ma dai testi; una scelta che è frutto della partecipazione di Joan a un workshop di scrittura creativa con la poetessa Marie Howe, che l’ha spinta a cercare anzitutto le parole, e poi tutto il resto.

Le atmosfere notturne dell’album sono una dichiarazione d’amore per il soul (Al Green su tutti), come nelle mirabolanti lezioni di stile contenute in Full-Time Heist o Back Again, senza per questo rinunciare a frequenti deviazioni elettroniche radio-friendly (The Dream, Long For Ruin, Remeber The Voice), che richiamano quell’epoca d’oro, tra la fine dei ’90 e i primi 2000, in cui certo groove accarezzava il suo sogno mainstream (leggi alla voce Morcheeba).

Tra gli episodi più rimarchevoli, la struggente Started Off Free, una prova cantautorale di livello altissimo, con una delicata vena folk e una funambolica linea vocale che fa riecheggiare giganti del calibro di Joni Mitchell, Tim Buckley, Nick Drake, Elliot Smith. Eppure, anche di fronte a certi innegabili virtuosismi, resta la sensazione di una purezza senza sforzi, una grazia “effortless”, che non ha bisogno di ostentare ricercatezze e tecnicismi di sorta.

I temi del disco procedono su un doppio binario: l’universale (l’iper-connessione e l’incomunicabilità, l’istinto suicida dell’umanità che sta letteralmente distruggendo il pianeta), ma anche il particolare (la frenesia del quotidiano e l’impotenza che ne deriva, il nostro costante bisogno di controllo, l’importanza della lotta in contrapposizione all’ideologia dominante del lasciar andare).

Lemons, Limes & Orchids è un disco importante, e possiede in sé qualcosa di miracoloso, una specie di magia di contrasti, assolutamente coerente con ciò che Joan As Police Woman – musicista con una formazione classica e un background ad alto tasso di punk-rock – rappresenta: anche chi ha una cultura musicale lontanissima dalle suggestioni R&B, gospel e soul, qui troverà delle pieghe nascoste in cui perdersi, degli incanti da inseguire, dei sussurri con cui farsi accarezzare. I confini perdono senso, i generi pure. Quando pensavi di essere distante anni luce da certe suggestioni, arriva lei a fartene innamorare perdutamente. Non è da tutti, ma Joan può.

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