Recensioni

Due anni precisi son passati da che Real Liferivelò gli intenti solistici di Joan Wasser la Poliziotta. Una capace
di stregarti di soppiatto, una che prima ti convince d’essere
l’ennesimo innocuo fenomeno d’intrattenimento sonoro e poi ti pianta il
virus sottopelle. Questo sofomoriano To Survivemette in fila dieci pezzi maliosi all’insegna di folk illanguidito soul
e asperso jazz, con qualcosa della malferma devozione dell’ultima Cat Power (l’obliquo turgore di Magpies) e una glauca disinvoltura tipo Feist se giocasse ai Tindersticks (le insidie sdrucite di Honor Wishes).
Il sound si svolge in regime di ovattata austerity, protagonista il
piano, rendendo così emozionante l’apparizione degli archi, la densa
calligrafia del basso, quei cori fantasmatici, certe escursioni acide
di chitarra o le brumose chiose dei fiati. Ciò tuttavia non immunizza
dai subdoli contagi della contemporaneità – vedi le svaporate siderali
in Holiday o le emulsioni di synth in Hard White Wall – tanto da chiamare in causa certe morbide arguzie Beth Orton casomai l’adottassero i Lambchop.
Interpretazione e scrittura sono come dire sorelle, l’una blandisce
malizie e abbandono mentre l’altra cuce trame in bilico tra
palpitazione e solennità, ferma restando la libertà che dicevamo,
ovverosia paventando adesso il Macca della strada ventosa (To Be Lonely) quando non addirittura una olografia Eurythmics disidratata (Start Of My Heart), per poi andare a chiudere il programma con una To America che incede surreale tra Broadway e soul, previo il piccolo aiuto del sempre caro Rufus Wainwright.
Liberi di vederci se volete l’anello mancante tra Tori Amos e Fiona Apple,
non credo che a Joan dispiacerà. Per conto mio, le rimprovero un po’ di
carenza caratteriale, un po’ di sangue, un po’ di sacro furore. Ma una Frida Hyvonen che mi consola in fondo c’è già.
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