Recensioni

5.9

Alle volte basta un nulla, un soffio di vento, un secondo di anticipo per trasformare un incidente in tragedia o viceversa. Anche nella musica o per meglio dire nella produzione artistica di un disco, esiste un filo sottilissimo e fondamentale per distinguere un lavoro disastroso da uno a malapena sufficiente, di cui nessuno ricorderà nulla. È il caso di Let It Be You, o per meglio dire, della poco fruttuosa collaborazione fra la più famosa Joan As Police Woman e il polistrumentista Benjamin Lazar Davis. I due, prima amici poi colleghi, tentano di condensare in un’entità collettiva i loro mondi artistici mantenendo come comune denominatore la passione condivisa per i suoni delle terre d’Africa. Il risultato? Insulso ma non nefasto, un incidente ma non una tragedia. Verrebbe da chiedersi, chi te lo ha fatto fare Joan? Perché la Wasser è una signora musicista, un’artista eclettica, capace di comporre musica con grazia e potenza, senza ricorrere a mezzucci e facilonerie. Ci si interroga allora sul perché di questo Let It Be You, in coppia con un ottimo musicista come Lazar, un disco banale fatta eccezione per uno o due episodi, privo di un’identità, svuotato di quella classe a cui la Wasser ci aveva nel tempo abituati.

Oltre a questo, è estremamente difficile intendere la coppia come unico corpo sonoro, fatto sicuramente dovuto alle loro rispettive produzioni artistiche, nelle quali entrambi hanno prodotto e collaborato con moltissimi artisti attraversando generi sempre diversi. Ad esempio la Wasser è passata da Lou Reed a Rufus Wainwright fino alla fresca collaborazione con Antony Hegarty nella splendida ballata carica di groove di I defy. Dal canto suo, Davis è un brillante cantautore, polistrumentista, arrangiatore e producer che è salito sul palco con Okkervil River, Cuddle Magic, e Bridget Kearney, influenzato tanto dalla musica rock e pop quando dai suoni dell’Africa occidentale. I due insomma formano un team sonico che vuol trascendere genere e geografia, ma non basta la fascinazione per la musica pigmea a fare di Let It Be You un buon disco.

Le idee, confuse e sovraccariche di effetti, sortiscono un effetto quasi comico nell’affiancare l’affascinante electro-soul di Broke Me In Two, con quei meravigliosi ostinati bruciati dal sole africano, a uscite super commerciali e onestamente cacofoniche come la nenia machine-pop di Overloaded, o la ninna nanna orchestrale di Motorway. Sembrano prevalere meccaniche sinistre dietro il tortuoso matrimonio civile fra art rock e r’n’b dando così vita a una lunatica serie di incongruenze che vorrebbero essere valori aggiunti ma finiscono col creare ancora più caos: rosari techno-rock (Let It Be You), bozzetti desert-blues 2.0. (Station), ballate teatrali cariche di un groove un po’ piatto e manipolazioni che vedono la Wasser vestire il ruolo della gattina ruffiana (Violent Dove).

Nel complesso, quello della coppia Wasser-Davis è un disco che si rivela inquieto nel senso più negativo del termine poiché tenta di monopolizzare l’attenzione dell’ascoltatore con un continuo cambio di atmosfere, ritmi e soprattutto qualità dei brani proposti. Un trambusto organizzato ma di per sé deserto da cui trasuda una certa monotonia. Viene da chiedersi dove sia andato a finire tutto il sentimento bruciante per la musica pigmea, quell’appassionato avventurismo sonoro, quell’ossessione per l’Africa urlata a gran voce a giornali e tv; un grande amore condiviso abbandonato a se stesso. Incapaci di stabilire chi, dei due, sia il responsabile di questo galleggiante turbinio, possiamo solo confidare in una ripresa nelle carriere soliste dei Nostri. Com’è che era, meglio soli che male accompagnati?

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