Recensioni

Confesso, adoro le retrospettive. Trovo che siano un modo perfetto per raccontare il corpus dell’artista, uno sguardo all’indietro necessario, oggi più che mai – epoca di streaming selvaggio e singoli simbolo di un’estetica musicale – per trovare il tempo di prendere in considerazione il tutto, ripercorrere una storia, negli snodi fondamentali della sua evoluzione. Potrebbe suonare vetusto e un po’ inutile, ma niente meglio di un’antologica camminata tra gli spazi di una carriera può risolvere nodi e dubbi di chi fa musica da parecchi anni.
Fisiologica dunque la scelta di una musicista camaleontica e intelligente come Joan Wasser, che con il suo primo, chiamiamolo banalmente Best Of, ci ricorda l’importanza di una carriera solista mutevole che è iniziata circa quindici anni fa. Una voce dolorosamente palpitante e un atteggiamento pieno di pathos rock’n’roll fanno della musicista americana una delle più importanti voci del rock post 90s: sono proprio tematiche come la scomparsa e la mancanza a firmare quella malinconia di fine anni Novanta, periodo in cui la Wasser si affacciava già nel mondo della musica, ora suonando il violino, ora accompagnando amici e amori sul palco fino a piangerne l’assenza, Jeff Buckley prima, Elliott Smith poi. La metamorfosi che l’ha accompagnata in questi anni appare qui, per la prima volta forse, l’unica vera natura incontaminata e possibile. Cambiare tutto, cambiare sempre, per poter essere se stessi assieme a tutti i difetti, gli errori, i passi falsi che solo l’umano analogico ancora mostra e rivendica con orgoglio.
Composta da tre dischi, Joanthology offre la maggior parte dei classici dell’artista di Biddeford ma anche inediti, cover e alcune registrazioni per BBC Radio 6 Music. Un insieme che testimonia la facilità con cui Wasser passa da un registro all’altro, incarnando con grande nonchalance solitudine e sensualità, irragionevole speranza e gioia di vivere contro venti sinistri. Non ci sono mai due canzoni che suonino allo stesso modo. Tutto è unico e diverso. La voce di Joan è ancora uno strumento glorioso, che fa le fusa e anima passioni, con una gamma unica e impressionante di colori. È quasi impossibile indovinare dove andrà a virare l’americana, visti i numerosi percorsi sperimentali che ha intrapreso: dal funk di Steed For Jean Genet e Human Condition al soul misurato che investe i singoli più recenti – Holy City, Tell Me, Warning Bell – altrettanto contagiosi. Joanthology regala anche duetti come quelli con Antony Hegarty (nella struggente e trionfale I Defy) e Rufus Wainwright (con la sublime epicità degli arrangiamenti di To America) e cover avvincenti: Myrrhman dei Talk Talk diventa una ballad noir spaccacuore, mentre la Kiss di Prince vive di una seducente lentezza blues che la anestetizza senza svuotarla della sua carica erotica. L’asprezza mutevole di Sacred Trickster dei Sonic Youth diventa un canto di strada con percussioni punk e clapping selvaggio, mentre il furioso hip hop di She Watch Channel Zero dei Public Enemy si trasforma in un ossessionate ibrido indie rock a cavallo fra soul e grunge.
Ma l’album contiene anche una nuova canzone, What A World, tipicamente vicina al sound della Wasser con quei synth funky, ma forte di un carattere tutto nuovo. Un organo spregiudicato accompagna la voce roca e suadente di Joan che si chiede: «Non so cosa sia peggio / il fallimento o il successo». Il pezzo ha un’inclinazione stranamente spirituale, mentre si canta con timore reverenziale il potere della natura. Scritta e riscritta, poi abbandonata, la canzone ha iniziato a farsi conoscere tra gli appassionati, come racconta Joan As Police Woman: «negli anni, le persone hanno continuato a chiedermi di What A World, così ho deciso di riscriverla e registrarla. Ho unito la scintilla iniziale alla purezza delle onde che si infrangevano sulla spiaggia. Il dolore e la gioia. Il desiderio e la compostezza. Domande infinite abbracciate da un movimento continuo. Non vedo l’ora di condividerla con il mondo». L’ha fatto, per fortuna.
Tirando le somme, Joanthology è al tempo stesso il disco perfetto per i fan di vecchia data e per i nuovi adepti: se i primi si lasceranno affascinare dalle ultime vesti dei classici di sempre, per i nuovi dell’universo Wasser si prospetta un tour guidato della sua carriera con tutte le tappe scelte dalla stessa. Tre dischi, quarantatré canzoni, un’antologia che si radicalizza nel nome: l’introduzione perfetta per chiunque – ancora oggi – fosse inconsapevole del talento caleidoscopico di questa solida cantautrice. Che anche se in Good Together canta «Don’t wanna be nostalgic», pare proprio che oggi si sia guadagnata il diritto di esserlo.
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