Joan As Police Woman
Joan As Police Woman, foto per la stampa di Lindsey Burns (2021)

La geometria del blu. Intervista a Joan As Police Woman

Lo scrittore africano Chinua Achebe in un saggio faceva riferimento a un proverbio della tradizione Igbo che recita: «Un uomo che non sa dire dove la pioggia l’ha colpito, non sa neppure dove il suo corpo si è asciugato». Per l’autore di Things Fall Apart lo scrittore «deve dire alla gente dove la pioggia ha colpito». L’Africa, la consapevolezza di esprimere il proprio pensiero e temi come la spiritualità, la politica e il complesso rapporto col tempo sono ramificazioni della chiacchierata con Joan Wasser. L’artista, col suo pseudonimo Joan As Police Woman, ha pubblicato da poco l’album The Solution Is Restless, scritto e registrato insieme a Dave Okumu degli Invisible e lo storico batterista Tony Allen poco prima che venisse a mancare.

Partiamo da qualche giorno fa, quando Joan ha partecipato all’Arte Concert Festival, esibendosi anche con Damon Albarn, colui che ha fatto partire il progetto The Solution Is Restless presentando Allen a Wasser. Il concerto, nelle parole dell’intervistata, «è stato intenso. Damon è sempre incredibile e Tony era comunque lì con noi». Passiamo quindi all’album, un’opera legata alla pandemia ma a-temporale, perché tutt’altro che didascalica: «Si tratta di un disco in cui non volevo confini, né tra canzoni e né tra me e l’ascoltatore». Però, Joan non ama l’ascolto passivo, anzi The Solution Is Restless, con i suoi mantra e le sue sequenze ipnotiche, necessita un ascoltatore attivo e può risultare non facilmente assimilabile a un primissimo ascolto.

Poco importa, perché qui si parla di un’opera profonda che tiene in un equilibrio stabile politica e spiritualità da un lato, il presente e l’eternità dall’altro. Wasser è realmente arrabbiata per come i politici non abbiano imparato alcuna lezione dalla pandemia – basta ascoltare il brano Take Me To Your Leader – ed è quindi convinta che la nostra società necessiti un processo di riconsiderazione del sistema capitalista. Allo stesso tempo, queste invettive e rivendicazioni strettamente legate al periodo storico che stiamo vivendo, sono immerse in un lungo flusso sonoro contaminato dalla musica africana.

Al centro il ritmo avvolgente e scientifico, tratto distintivo di Allen, e tutt’attorno ciò che ha sempre contraddistinto l’estetica sonora di Wasser: un jazz ibridato da un pop elegante e a tratti minimale. Questa stessa struttura si riverbera già nella fase di composizione di The Solution Is Restless, con jam che di volta in volta vengono sintetizzate in brani in cui la tessitura asseconda il cantato e il parlato. Joan raccoglie la suggestione su di una visione di happening dell’album e mi dice: «Credo che possa essere inteso così, perché in fondo è un insieme di frammenti che catturano istanti particolari».

La chiacchierata cambia drasticamente quando dico a Wasser che la sua visione in cui «siamo tutti responsabili perché connessi al presente, quindi la politica è intrinseca a qualsiasi nostra azione, piccola o grande che sia», suona poco occidentale e più africana. Lei mi chiede di spiegarle bene la suggestione, perché interessata alla definizione. Così, dopo un rimbalzo di autori coloniali congolesi e nigeriani, appunti presi da una parte e dall’altra, ci possiamo definire sulla stessa linea. Joan concorda sul fatto che la sua idea totalizzante sul vivere quotidiano abbia qualcosa di ancestrale, che si «muove tra i confini», citando Dana Mills e il suo libro Dance and Politics.

Parlare con Joan Wasser non significa intervistare un’artista che sta facendo promozione a un disco. Al contrario, è come scambiare le rispettive opinioni a partire dalla sua musica, quasi un pretesto per instaurare un dialogo costruttivo che ruota attorno alla cultura e, al contempo, la fa. A voi il primo passo.

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