Recensioni

6.5

Una parte della cosiddetta Generazione Z si dimostra ancora appassionata del rock. Oltre ai selfie con le mani a corna, molti di loro affollano i concerti dei pochi mostri sacri dell’hard & heavy rimasti, spendono cifre considerevoli per edizioni deluxe in vinile di vecchi dischi e per merchandising costoso su Amazon. Un fenomeno di consumo, certo, ma anche d’identità; un’aggregazione di nicchia che potrebbe essere interessante indagare sociologicamente. Molti di questi giovani adorano il grunge, quindi un nuovo album di Jerry Cantrell non passa inosservato, tanto a loro che ai fan della vecchia guardia.

Il chitarrista degli Alice in Chains, sia con la band (riformata nel 2005 dopo una pausa di tre anni seguita alla morte di Layne Staley) sia come solista, cammina qui lungo il solco di una personale comfort zone. Incluso questo I Want Blood i lavori pubblicati finora sono cinque con quest’ultimo ad arrivare a tre anni di distanza da Brighten. Un album, più scuro del suo precedessore che ha tutto l’aspetto di una rimpatriata tra vecchi amici. Tra i numerosi ospiti compaiono Duff McKagan e un altro bassista celebre, Robert Trujillo dei Metallica, oltre ai batteristi Mike Bordin (Faith No More) e Gil Sharone (Team Sleep, Stolen Babies), e ai cantanti Greg Puciato (Better Lovers, ex-Dillinger Escape Plan) e Lola Colette.

Proprio con l’ultimo disco di McKagan viene da paragonarlo e proprio Trujillo e Sharone troviamo a suonare in Vilified, lead single di un lavoro che per buona metà ricalca pedissequamente il solco degli Alice in Chains più sinistri. I Want Blood è stato co-prodotto da Cantrell insieme a Joe Barresi, che dei Tool, da ingegnere del suono, ha mixato l’ultimo album Fear Inoculum (2019), ed è stato registrato presso il JHOC Studio di quest’ultimo a Pasadena, in California. Barresi ha lavorato anche con Queens Of The Stone Age e soprattutto Kyuss, e non è quindi certo un caso che Off The Rails scivoli su binari stoner.

Altri pezzi viaggiano su frequenze da alternative radio, come Afterglow, un mid-tempo con ritornello e assolo chitarristico a dir poco telefonati, e la ruvida e blueseggiante (ma il blues pervade buona parte del lavoro) Echoes Of Laughter, unica ballad del lotto insieme alla conclusiva e messianica It Comes (anche Let It Lie è lenta ma ha un climax più minaccioso). Restano però la title-track e Throw Me A Line – a parere di chi scrive – i passaggi migliori del lotto. Il primo si regge su un ritmo poderoso con basso e batteria a spadroneggiare (è qui che presenziano McKagan e Bordin); il secondo è sostenuto da un riff ipnotico che trascina di peso la strofa fino a elevarla a un ritornello ieratico. Azzeccata è anche Held Your Tongue, che batte di nuovo sul tasto dello stoner. Alla fine i riferimenti sono quelli. La limitatezza è voluta e, per certi versi, esibita in ragione della coerenza che alla fine ripaga.

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