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Nel febbraio ‘92 gli Alice In Chains pubblicano un EP di quattro pezzi (cinque con la traccia nascosta), in cui sperimentano sonorità diverse dai canoni di quella metal side of grunge a cui avevano abituato pubblico e critica. Breve ma denso, Sap, che ha pezzi importanti come Brother e Got Me Wrong, fa luce su un lato inedito della band, acustico, o come si usava dire allora con una parola che andava di moda, unplugged. Qui non si tratta(va) però di riarrangiare canzoni già note come nel format di MTV – non ancora almeno, perché poi sarebbe arrivato anche quello, nel 1996 – ma proprio di creare una dimensione parallela, di sound e di scrittura. Una cornice in cui i quattro di Seattle torneranno a dipingere musica nuova due anni dopo, per quello che non sarà solo un successo commerciale (addirittura record per il formato dell’EP) ma uno dei risultati artistici più alti di tutta una carriera.

Parliamo di Jar of Flies – disco che ho amato particolarmente, e tuttora non ho remore nel dire di preferirlo per molti versi ai dischi “elettrici”, ben consapevole che in queste preferenze spesso giochino un ruolo importante anche predilezioni tutte personali – però non prive di raziocinio critico, in questo caso. Descrivere la genesi del disco è in apparenza semplicissimo. Tutto succede, o almeno così la raccontano, nell’arco di pochi giorni. Il 7 settembre 1993 gli Alice In Chains reduci dal tour e dal successo di Dirt entrano nei London Bridge Studios. Al produttore Toby Wright che domanda delle nuove canzoni Jerry Cantrell – l’indiziato principale quando si tratta di scrivere pezzi per la band – risponde serafico che non ce n’è pronta neanche una. Addirittura i suoi stessi compagni lo avevano pregato di non scrivere.

L’idea infatti è di far nascere il più possibile le cose sul momento, ed è quello che succede nei successivi dieci giorni. Per essere un lavoro nato e concluso in quel breve lasso di tempo, Jaf or Flies sembra calibrato in maniera (fin troppo) perfetta tra spontaneità e cesello, tra cura dei particolari e disegno d’insieme. Quell’immersione in studio, tra l’altro con un elemento al debutto, il bassista Mike Inez, conosciuto durante il tour con Ozzy Osbourne, basta per uscirne con sette pezzi che fluiscono con naturalezza, come la prova di un momento di grazia collettivo che sembra avere intorno un alone magico.

Naturalezza che è frutto anche di incastri ben studiati, dacché si tratta di canzoni strutturate, non di jam lasciate libere, e perché certi dettagli sono in modalità macro. Per esempio, la chitarra solista satura che fa entrare il disco in temperatura emozionale. Quel suono sbalzato a colpi di talk box – un effetto alla base di hit del rock tamarro da classifica anni ’80 tipo Livin’ On A Prayer, ma impiegato magistralmente anche nella stessa Man in the Box degli AIC – sa essere trasgressivo, come dire, su due fronti, perché è una distorsione che ha poco del metallo e tanto della psichedelia più dark, ed è la negazione di ogni letteralità solo-unplugged-e-niente-più. Il suo disegno vorticoso ed elegante può giostrarsi in lungo e in largo, e inventarsi una sua sorta di trama alternativa per questo folk trasognato ma appunto dall’anima acida; la trama di un rumore intimista, dosato con un occhio per l’emozione pura e l’altro per un elegante mélange di cromie elettroacustiche.

Rotten Apple è appunto un pezzo di apertura perfetto per come introduce un’atmosfera e un mood pervasivi e avvolgenti e ne anticipa gli sviluppi. Ad aiutarci ad apprezzare ancora meglio i delicati ma nitidi contrasti architettati da Cantrell e dalla band arriva la malinconia trascendentale del solito Layne Staley. Il suo timbro è il valore aggiunto di una musica che negli album “lunghi” vive spesso di vampate veementi e qui sa addirittura salire di intensità con passo quasi felpato – ma fa anche sentire tutto lo stacco vibrante di un refrain che si piazza di diritto tra le cose più memorabili del disco.

Non è da meno la canzone seguente, Nutshell, che segna un altro dei momenti più toccanti del gruppo di Seattle, costruita intorno a un giro di accordi ostinato e un po’ tortuoso di chitarra folk – solenne però come un tema orchestrale – e proiettata verso i vertici dell’esistenzialismo poetico di Layne Staley, in virtù anche di quel distico «If I can’t be my own/I’d feel better dead» che chiude la seconda strofa, prima di un ritornello fatto di soli vocalizzi evocativi e guizzi strumentali (cosa che non riesce così bene proprio a tutti). Ascoltate nel 1994 quelle parole risuonavano per simpatia del proprio spleen giovanile, mentre il magone di oggi nasce piuttosto al pensiero della parabola autodistruttiva del cantante – a cui lui stesso sembra alludere con una certa pietas preveggente nei confronti di se stesso. Tornando a considerazioni meno tristi, per chi ha la cassetta o l’LP I Stay Away chiudeva una prima side immacolata modulando un po’ tra i colori opposti e complementari del suono psichedelico classico americano, con due facce, quella morbida e folk e quella acida e blues, che si scontrano per poi confondersi, corroborate anche dall’inserimento di una piccola sezione orchestrale.

Il lato B si apre con tre pezzi firmati dal solo Cantrell, che è  la voce principale di No Excuses (scritta però per raccontare il suo rapporto particolare con Layne, a cui sembrano diretti alcuni versi). Dopo questo che è il brano più teso nel ritmo e con un che di vagamente esotico – folk-rock ma più rock che folk, e forse scelto non a caso come primo singolo – ecco che arriva lo strumentale che non ti aspetti, Whale & Wasp, dall’atmosfera notturna che diventa pastorale quando una chitarra elettrica distorta suona come una lacrimosa pedal steel. E poi Don’t Follow, deliziosa ballata dal profumo di campi ed erba in cui country e blues vanno a braccetto: una prima parte quasi solo voce e chitarra, pizzicata, e una seconda in cui entrano basso e batteria e pure l’insolita armonica cambia passo, dalle note lunghe e sospirate passa a quelle rapide e sbuffate.

Altro macro-dettaglio che pone un punto esclamativo sul risultato – mentre funziona benissimo il cambio tra le due voci, a Cantrell la prima parte, a Staley la seconda: che per le note vicissitudini i due non abbiano mai potuto cantare questo pezzo dal vivo (!) è veramente un grandissimo peccato. Swing On This a confronto è quasi uno scherzo – appunto a tempo di swing, dettato dalla batteria e da un contrabbasso ad hoc – anche se un po’ piccato (si legge del sarcasmo quando Layne canta «Let me be, I’m alright»).

Termina così il lavoro più imprevedibile, e per molti versi anche il più emozionante, di un gruppo che stava entrando in limbo senza fine – da cui sarebbe comunque uscito l’ottimo album omonimo, seguito un anno dopo proprio dal concerto Unplugged per MTV – ma che ha saputo sfruttare al massimo quei fatidici pochi giorni in studio per creare una delle sue opere migliori.

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