Recensioni

C’era da aspettarselo che, con il tour 2023 alle battute finali (l’ultima data sarà il 5 novembre), in casa Guns N’ Roses iniziasse a prender corpo la diaspora, leggasi sparpagliamento dei componenti per coltivare le rispettive aspirazioni in solitaria. E se non si hanno ancora notizie di eventuali progetti a breve termine, partecipazioni o altro di Axl Rose, si sa già che Slash nel 2024 tornerà in tour con i suoi Myles Kennedy & The Cospirators e che Duff McKagan ha dato alle stampe il suo quarto album solista. A proposito di quest’ultimo, registrato evidentemente in qualche pausa tra i vari concerti della band madre, si sa pure – perché è appena uscito – che è un album non proprio imprescindibile.
Lighthouse riprende la scia interrotta quattro anni fa, a tanto risaliva l’ultima prova in solo del bassista, Tenderness, ovvero quella – principalmente – di un adult oriented rock con venature blues di facile presa. Non una scelta terribile di per sé ma a naso si direbbe che le cose, al quasi 60enne musicista nato a Seattle, siano riuscite meglio la volta precedente. E a poco servono le comparsate dello stesso Slash in Hope, brano per la verità deboluccio che sembra quasi un pezzo dei Linkin Park di metà anni ’00, di Iggy Pop (al quale McKagan si è unito nell’ultimo tour, oltre ad aver partecipato al suo ultimo disco, Every Loser) nella reprise della title track posta a fine scaletta, tra i passaggi più inutili del lotto oltre al fatto che l’apporto dell’Iguana del rock si limita a uno stralcio di testo parlato (neanche cantato) con la sua tipica voce cavernosa, e di Jerry Cantrell in I Just Don’t Know, blando pezzo acustico in cui il cantante e chitarrista degli Alice In Chains regala giusto un breve assolo. La senzazione è che la presenza di tutti e tre i feat. sia stata più che altro una scusa per farsi una birra assieme a un amico.
E sì che il singolo di lancio intitolato come l’album, del quale è anche opening, non era malaccio: una folk rock ballad dal crescendo picaresco con, oltre a McKagan che vi suona batteria, basso, tutte le chitarre, ci mette la voce e partecipa ai cori, troviamo la chitarra di Tim Electric, il piano Wurlitzer di Ryan Burns, il mellotron, i synth di Martin Ferveyear e i cori di Shaina Shepherd. Ma in tema di ballad il buon Duff ci dà pure con il dittico centrale Fallen Down–Forgiveness, la prima una downtempo in odore di Rolling Stones, la seconda più aderente a stilemi grunge. Pure Fallen Ones è lenta ma ha quantomeno il merito di illudere di stare ascoltando Use Your Illusion I&II.
Più energiche Longfeather, che dopo un promettente incipit scade quasi al livello di un pezzo dei Killers, e Holy Water, più che un risciacquo dell’anima, un’ablazione della coscienza con tanto di cori da stadio telefonatissimi. E il punk, da sempre nota passione del Nostro? Lo troviamo in I Saw God On 10th St. (con chitarra acustica a ingentilire) e in Just Another Shakedown. Ecco, la sensazione è che è un po’ come se gliel’avessero estorto sotto ricatto, questo disco a McKagan. Perché se invece l’intenzione era un divertissement senza pretese, non solo non ci siamo divertiti noi ma a occhio e croce neanche gli ospiti/amici che vi figurano, e forse nemmeno l’autore.
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