Recensioni

Nel libro di Greg Prato Grunge Is Dead si trova questa descrizione che Jerry Cantrell ha dato di Dirt. «Beautiful, dark and ugly at the same time». Bello, cupo e sgradevole. Al tempo stesso. A leggerlo soltanto sembrerebbe un’assurdità. Ma se di assurdo si tratta, assurdo è quanto questo ritratto in tre aggettivi all’apparenza discordanti corrisponda al vero una volta che si mette il disco sul piatto. Perché è chiaro come Dirt sia tanto duro, cupo, compresso, sofferto, quanto pieno di verve. L’avrebbero spiegato in musica gli stessi autori, giusto un paio di dischi dopo: Heaven beside you – hell within. Nel rock degli Alice In Chains – e Dirt da questo punto di vista ne è la perfetta fotografia – l’inferno e il paradiso sono due estremi clamorosamente vicini, che si incrociano, si toccano, fanno attrito l’uno sull’altro, insieme creano un cortocircuito stordente e anche esaltante. Lo stesso chitarrista, vocalist e autore ha definito l’album – citiamo in inglese –«beautiful as hell»; non è tradursi alla lettera, visto che si tratta più che altro di un modo di dire, ma è lo stesso una suggestione potente se ci si affida ai soli significanti.
Si parlava di inferno, e l’inferno era vero ed era tutto intorno quando i quattro ragazzi del Nordovest avevano messo piede, da poco, a Los Angeles per registrare quello che si immaginava sarebbe stato il loro disco più importante – come effettivamente poi è stato. Anche i Nirvana erano andati da quelle parti, a Van Nuys, per il loro Nevermind, e quello che si prospettava per gli AIC dopo l’exploit di Facelift e il curioso EP Sap – qualcosa di più di un semplice “svario” momentaneo, visto come i Nostri ci prenderanno gusto a reinventarsi unplugged – era proprio quel tipo di impatto, a livello musicale e di popolarità. Il gruppo, dicevamo, è in studio da pochissimo, quando il 29 aprile del 1992 scoppiano i riots che mettono a ferro e fuoco Los Angeles. Una sommossa razziale come non se ne vedevano dagli anni sessanta, scatenata dal verdetto di tribunale con cui vengono assolti i poliziotti che hanno pestato a sangue Rodney King. I disordini durano cinque giorni e provocano sessanta morti: un vero bollettino di guerra, che, ironia della sorte, rovinava la festa per la recente vittoria americana nel Golfo, mettendo di fronte agli occhi dell’America la battaglia continua che gli Stati Uniti combattevano – e combattono ancora – contro se stessi, e che stavano evidentemente perdendo, come notavano i giornali dell’epoca.
Nessuna conseguenza diretta ma per Cantrell e gli altri, che all’improvviso si trovano ad assistere con i loro occhi allo scatenarsi di tanta violenza, si tratta di «qualcosa di spaventoso che non poteva non riflettersi sul feeling generale del disco». La band, che si rifugia provvidenzialmente fuori LA e torna solo quando si sono calmate le acque, non sembra tanto partecipe del clima di rabbia politica e di protesta. Per loro stessa ammissione, gli Alice In Chains in musica parlano solo della loro vita; ma sono anche, come il paese in cui vivono, in lotta contro se stessi. Pur con tutta la sua potenza sonora, infatti, quello che Dirt comunica in modo così efficace e prorompente è un gelo interiore, un bruciore freddo che non è soltanto quello della tanto rimarcata dipendenza da eroina di Layne Staley, ma, filosoficamente parlando, il senso di imminenza sovrastante della morte e di una solitudine cosmica che lasciano tutt’al più qualche tregua momentanea e nessuno scampo finale. Them Bones, Rain When I Die, Sickman, Hate to Feel, Down in a Hole… già con titoli così non si potrebbe essere più espliciti. Più volte in questo disco si incontrano il male di vivere, la malattia – nel senso che gli dava William Burroughs –, le sensazioni sgradevoli che un’introspezione cruda può portare a galla. Eppure la colonna sonora è tanto potente e ipnotica che si presterà a un esorcismo di massa di tutti questi demoni in pieno giorno, qui esposti alla luce del sole – che in realtà non c’è, qualcuno canta di averlo mangiato e di essersi bruciato la lingua –, chiamandoli anche con il loro nome. Pensare al grandissimo successo, con cinque singoli estratti e milioni di copie vendute, di un disco il cui leitmotiv sono spleen, depressione, tossicodipendenza, morte, e a come quelle canzoni fossero i ricettori, evidentemente, di una sensucht adolescenziale di cui da queste parti ci ricordiamo bene, fa riflettere con emozione e con un brivido proprio su quella stagione i cui protagonisti ci hanno lasciato spesso prima del dovuto, e su cosa significa essere segnati e in qualche modo formati da certa musica – nonché su come l’agognata catarsi abbia funzionato per tanti ascoltatori ma non per molti autori.
Con temi così duri, che sono il vero motivo conduttore di tutti i testi, l’unica possibilità di vittoria in questa guerra contro se stessi sembra proprio la forza che si dimostra nell’esprimere al massimo le proprie capacità creative. Da questo punto di vista, non ci può essere tensione più positiva per i fini di un album rock. E rock in questo caso vuol dire un sound d’assalto per voci duttili e sensibili, identikit quasi perfetto dell’inizio del disco, che si apre con Them Bones, un brano che sfodera un riff spaccaossa – con tanto di urlo cadenzato a scandire ogni attacco – e i suoi cromatismi destabilizzanti che sembrano divertirsi a farci franare il terreno armonico sotto i piedi, per poi irriderci con un refrain che è una chiusa rapida, breve e sarcastica – la quale non fa che ribadire una sorta di memento mori in un orizzonte piatto di totale solitudine. Musicalmente la perfetta metal side of grunge come l’ha definita Jack Endino, tanto più che Dam That River che incalza subito dopo è un altro sberlone metal in tempo più veloce, anche se un metal strano, che usa i passaggi di semitono come se fossero i dossi inaspettati su cui farci trasalire a ogni cambio di accordo e il tempo di 6/4 per mandare naturalmente fuori sincrono il nostro altrettanto naturale headbanging.
Qualche tensione non c’era soltanto fuori – per usare un eufemismo – ma anche dentro lo studio, perché se Jerry Cantrell, che firma la maggior parte delle musiche, era arrivato con molti pezzi già pronti e pensati in tutte le loro parti (testi compresi), il problema di Staley stava invece influendo sulle sue prestazioni vocali. Quando il produttore Dave Jerden lo sente cantare male, evidentemente stonato (in tutti i sensi), lo prende di petto. Il cantante non gradisce ed esce dallo studio sbattendo la porta. Per fortuna tornerà sui suoi passi e farà più che egregiamente il suo lavoro.
È specialmente nella parte centrale dell’album che Layne emerge con tutto il carisma delle sue corde vocali, specialmente laddove può spaziare tra le asprezze blues e un tono più armonioso e nondimento vibrante. Potremmo citare Rain When I Die: lì la sua vocalità è in tutto e per tutto (da quando imita il vibrato della chitarra con i suoi vocalizzi all’inconfondibile fraseggio melodico con cui battezza strofe e ritornello) l’elemento decisivo per dare più personalità a tutto l’ensemble (rispetto a un’ispirazione, in questo caso, chiaramente soundgardeniana, con tutt’al più qualche tocco di Jane’s Addiction). O la title-track, in cui il canto più che limitarsi a seguire sembra guidare lui stesso la musica, da un doom arabeggiante a una melodia depressa (a suo modo un marchio di fabbrica del gruppo). Junkhead, oltre che uno dei testi più controversi di Layne – in cui si parla della sua fatale dipendenza dalla droga – contiene una prova memorabile: anche qui, a partire da un blues malato, la voce si innesta su un grandioso climax corale, sempre con quel retro-timbro acidamente dolce e melanconico che la farebbe riconoscere all’istante. Quando parliamo di Staley diciamo la sua voce, al singolare – corroborata tra l’altro sia da un uso attento degli effetti che da invenzioni timbriche tutte al naturale (così assicura l’ingegnere del suono Bryan Carlstrom parlando dell’effetto “tremolo” che si sente in Godsmack) –; dovremmo forse meglio dire le sue voci, visto che, senza dimenticare le backing vocals di Cantrell, spesso il canto che ascoltiamo sul disco è il risultato di un sofisticato layering di tracce mixate per diventare una fotografia stereoscopica della voce di Layne in tutte le sue tonalità (nella sola Angry Chair ci sarebbero qualcosa come sedici tracce vocali sovrapposte).
Gli Alice In Chains sono stati spesso definiti i più metallari tra i gruppi di Seattle, oltre che una band di seconda generazione che ha raccolto i frutti del lavoro fatto dai pionieri della scena. Riascoltato oggi, Dirt rispetto a Facelift, esordio che smaltiva ancora qualche influenza hard da FM anni ’80 – le prime a essere metabolizzate dalla band insieme alla lezione di classici come Black Sabbath e Led Zeppelin –, sembra più che mai calato nel pieno del boom di Seattle, pur conservando peculiarità tutte sue: le durezze filometal ok, e poi le armonie vocali, le ascendenze blues ma anche folk, un abile chitarrista compositore e un cantante solista assolutamente unico. I Soundgarden, da cui gli AIC furono ispirati a lasciar perdere l’hair metal per cercare un nuovo sound, rimangono un punto di riferimento (pensiamo anche a un pezzo come Sickman, con i suoi cambi di tempo), e non è questa l’unica assonanza che si avverte tra questi AIC e altri astri del rock made in Seattle.
Rooster – un altro dei pezzi forti della scaletta, con un testo scritto da Cantrell ispirato a suo padre che fu soldato in Vietnam – può ricordare le power ballad che spopolavano sulle radio rock qualche anno prima, però incupita come da copione grunge, con una base più tradizionale e filtrata, perché no, da una certa ascendenza nirvaniana; Junkhead dal canto suo parrebbe quasi adottare con accenti propri un certo rock epico alla Mother Love Bone (e Pearl Jam). Non mancano nemmeno minuscoli sprazzi di punk acido alla Screaming Trees e pesantezze sludge di sapore quasi melvinsiano disseminate qui e là, dentro uno stile – rimarchiamolo però – che ha tratti ormai marcati e riconoscibili.
L’altra curiosità che si incontra è il fatto che tre dei cinque singoli che hanno contribuito alle fortune di Dirt si trovano alla fine della scaletta. Dopo una traccia fantasma che è un brevissimo cameo di Tom Araya degli Slayer, e Hate to Feel, brano scritto da Layne con in mente archetipi zeppeliniani (stile Dazed and Confused), entra in scena Angry Chair, l’altro pezzo di cui Staley firma testo e musica da solo, con la sua macabra cantilena blues e i suoi pesantissimi tamburi, in cui le famose sedici tracce vocali sovrapposte servono a creare una texture con tutta una serie di sfumature che vanno dal lamento catacombale a un serafico chorus. Down in a Hole è una ballata romantica e lievemente funerea, ha la stessa dinamica di Rooster ma un andamento più dolce e dondolante – perfetto perché le due voci di Staley e Cantrell si armonizzino a vicenda in maniera ammirevole, dando al brano qualcosa che non avrebbe avuto altrimenti. La ciliegina sulla torta è Would?, già scritta per il film Singles, una delle canzoni più emozionanti se non la più bella del repertorio degli Alice in Chains (chi scrive è molto legato anche ai pezzi di Jar of Flies), introdotta in maniera insolita dal basso e forte di un tono più aperto che spezza da un lato e rinsalda dall’altro il coacervo inesplicabile di sensazioni che si accavallano nel disco. Layne Staley canta un testo scritto da Cantrell e dedicato probabilmente a Andy Wood dei Mother Love Bone con i soliti ineffabili accenti, quel suo modo di raggiungere altezze e profondità, di tenere e legare le note, così fluido e così ricco di risonanze, di quelle vibrazioni intime di una bellezza straniante e soul searching come direbbero gli anglofoni – e noi ci arrangiamo a tradurre con un grecismo molto usato, psichedelica, letteralmente “rivelatrice dell’anima”.
Il batterista degli Alice In Chains Sean Kinney, che con la potenza della sua batteria è stato uno degli artefici di quel suono, prova anche lui sensazioni miste riguardo a Dirt. «Quel disco spiega esattamente cosa stessimo facendo, cosa stessimo passando, e cosa ci passava per la testa all’epoca. Da allora in poi, alcuni di noi proseguirono in quella stessa direzione e altri no. Questo è un album duro, per me; alcuni dicono che è il nostro miglior disco ma per me è [un ricordo] agrodolce». Si capisce chiaramente di chi parla quando fa riferimento a chi ha proseguito in quella direzione (Layne e il bassista Mike Starr oggi non ci sono più). Per chi ascoltava allora e ascolta ancora oggi, è innegabile che le musiche che esprimono sentimenti più duri, oltre a offrire una valvola di sfogo, siano anche quelle che sanno suscitare le emozioni più viscerali. Dirt rimane uno dei dischi a suo modo emblematici di un periodo in cui il rock gridava a gran voce – e con che voci: quasi tutte, o almeno spesso e volentieri, aspre e speciali. Sarà per quello che il ricordo stesso è ancora forte.
Amazon
