Recensioni

Ancora pochi mesi e sarebbe stato conto paro. Jerry Cantrell riprende in mano i fili della sua carriera solista dopo ben diciannove anni – a tanto risaliva la sua ultima prova in solitaria, Degradation Trip, data alle stampe nel 2002 – regalando un lavoro di spessore anche se non particolarmente sorprendente in fatto di sonorità (non che ci aspettassimo chissà quali deviazioni, d’altra parte).
Registrato ai Dave’s Room Recording Studio di Los Angeles e prodotto dallo stesso cantante e chitarrista di Tacoma insieme al compositore Tyler Bates (Marilyn Manson, ma anche i contributi per le colonne sonore di John Wick e 300) e all’ingegnere del suono, nonché collaboratore di lungo corso Paul Fig, Brighten si avvale anche del contributo di ospiti quali Greg Puciato (ex Dillinger Escape Plan), Gil Sharone e Duff McKagan (Guns N’ Roses). Con loro, l’ex chitarrista e co-fondatore degli Alice in Chains sciorina quaranta e rotti minuti di levigato amarcord alternative rock anni ’90 più soft e per certi versi lontano da quanto la casa madre, dai caratteri più aspri e cupi, ha offerto anche negli anni più recenti di Rainier Fog (2018), The Devil Put Dinosaurs Here (2013) e Black Gives Way To Blue (2009).
Cantrell si concede una pausa – la terza in solo, contando anche Boggy Depot (1998) – a base di sano e onesto rock d’annata invecchiato come un whisky nelle migliori condizioni. Un’opera comunque ispirata, compatta, che dà e pretende rispetto e che regala momenti di forte impatto stilistico ed emotivo. C’è poco da dire e tanto da ascoltare in questo godibilissimo divertissement votato a immediatezza ed easy listening ma non sciatto e sommario, bensì pensato e lavorato nell’arco di quasi due anni e sapientemente alternato tra ballate desolate e momenti più dinamici a tratti perfino solari. Infatti, a una Sirens Song dall’intro in sordina affidato a delicati rintocchi di chitarra acustica che sfocia in un ritornello dal suono pesantemente distorto e trascinato dalla voce consumata del Nostro in un crescendo epico, fa da contraltare una Prism Of Doubt gaia e vivace piéce dall’incedere sbarazzino e – ad avviso di chi scrive – passaggio più brillante del lotto; mentre invece al lead single Atone, selvaggia e acida ballata in cui chi ama Cantrell e gli AIC troverà suoni e atmosfere familiari, si oppone l’adrenalinica Had To Know.
Si ritorna come minimo a un quarto di secolo addietro, con quest’opera che si rivolge fondamentalmente a un pubblico nostalgico della flanella, audience tuttavia non di sole chiome bianche ma anzi composta in buona parte da poco più che ventenni cresciuti a pane e Virgin Radio a cui piaceranno sicuramente anche la title-track e secondo singolo, dove la compostezza da guitar-hero bilancia arie apocalittiche da post-grunge più trasandato, e Dismembered, che richiama l’epica fluviale/agreste dei Creedence Clearwater Revival. Una menzione la merita anche la conclusiva e dolcissima Goodbye, breve ballata a base di piano e archi reinterpretazione dell’omonimo brano di Elton John. «Durante la lavorazione ho mandato il demo a Elton – ha spiegato l’artista statunitense – giusto per assicurarmi che gli piacesse e che non stessi facendo un macello con il suo pezzo. Mi ha risposto: “No, amico, assolutamente, è meravigliosa. Hai fatto un grande lavoro e dovresti usarla”. E insomma, non c’era modo migliore per chiudere il disco». La versione originaria della canzone è anche la traccia conclusiva di Madman Across the Water, l’album del cantautore inglese da sempre tra i preferiti in assoluto di Cantrell.
Peraltro, Elton John è una vecchia conoscenza degli AIC avendo collaborato con la band per la canzone Black Gives Way to Blue, contenuta nell’omonimo, summenzionato album risalente a dodici anni fa e dedicata al compianto ex frontman della formazione di Seattle, Layne Staley, al quale anche un titolo come Brighten, in fondo, potrebbe adattarsi a meraviglia.
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