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I primi sette secondi dell’esordio su supporto discografico di Jeff Buckley erano un sussurro. Era il 23 novembre 1993 e il cantante introduceva Mojo Pin, scritta a quattro mani con Gary Lucas, a un fitto pubblico nel minuscolo café irlandese dell’East Side di New York con un sonoro respiro e la frase: “It’s a song about a dream”. Così iniziava l’EP Live at Sin-é, registrato nell’estate dello stesso anno, dopo un lungo corteggiamento dei discografici. La Columbia, forte di artisti come Bob Dylan e Bruce Springsteen, si aggiudicò il contratto, garantendo a Buckley una rara libertà artistica. Il cantante era ormai un habitué del Sin-é, dove le sue intense esibizioni si alternavano a quelle di Marianne Faithfull e Sinead O’Connor.
Sembra passato un secolo da quell’epoca in cui la musica era ancora analogica e i dischi si vendevano esclusivamente in formato fisico, ma è soprattutto l’esperienza terrena e musicale di Buckley che oggi appare come un sogno. I suoi live erano intensissime performance fatte di sudore, palpitazioni e lacrime, ma anche di ironia. Ad un talento chitarristico sopraffino, univa un timbro e un’estensione vocale che si avvicinavano a quelli del padre Tim Buckley, ma lo superavano in termini di magica commistione tra dolcezza e ruvidità, con un falsetto angelico e cristallino, sporcato all’occorrenza da vocalizzi aspri e ruvidi.
Live at Sin-é ne era solo un assaggio, un antipasto live squisito ma veloce, preludio alla prima portata in studio intitolata Grace, un gioiello rimasto cristallizzato nella storia del rock, con l’immagine del cantante per sempre giovane e immortale. Amarissime e magre consolazioni: non ci sarebbero stati altri seguiti nella sua esistenza troppo breve.
L’EP proponeva quattro intensi brani per sola chitarra e voce. Alla struggente ballata tossica in cui Buckley sfoderava il meglio delle proprie corde vocali seguiva la composizione più aggressiva e arrabbiata, Eternal Life, influenzata dai Led Zeppelin. Un’epica cavalcata rock dal testo criptico, ispirato a vicende politiche e problematiche razziali, ma con un appeal romantico. La canzone troverà in Grace il suo equilibrio ideale, ricantata poi nella Road Version grunge come b-side del singolo australiano. Presenti anche due splendide cover: la dolce ballata Je N’en Connais Pas La Fin in repertorio a Edith Piaf e una stravolta versione di The Way Young Lovers Do di Van Morrison.
Dopo più di trent’anni, nel 2026, esce una Legacy Edition che ripropone la ristampa del 2003: ben 34 incisioni che dilatano l’ascolto, immergendoci totalmente nelle performance di Buckley, accompagnato solo dalla propria Fender. Le canzoni, sbalorditive e generose, sono intervallate da monologhi in cui il cantante rivela al pubblico passioni e ossessioni, con ironia. Buckley riesce a parodiare i Led Zeppelin, scherzare col pubblico e accennare The End dei Doors, dimostrando le sue incredibili capacità di interprete.
La ristampa cavalca l’onda dell’uscita nei cinema italiani di It’s Never Over, documentario di Amy Berg, rendendo l’EP imperdibile per nuovi fan alla scoperta della versatilità di Buckley, capace di passare dal punk al rhythm and blues, al rock e improvvisarsi chanteuse nello stile di Edith Piaf, e ancora jazz singer reinterpretando classici di Nina Simone e Billie Holiday. Il blues a cappella con hand-clapping di Be Your Husband apre questa edizione.
Tra le composizioni personali spiccano Lover, You Should Have Come Over oltre i 9 minuti, Grace e la versione embrionale di Last Goodbye intitolata Unforgiven. Jeff si immerge anche negli stilemi della musica qawwali di Nusrat Fateh Ali Khan e recupera classici come Hallelujah di Leonard Cohen o Just Like a Woman e Shall Be Released di Bob Dylan.
All’epoca, le sue performance non lasciarono indifferenti: Robert Plant e Jimmy Page lodavano il suo talento, David Bowie non rinunciava al suo LP d’esordio su un’isola deserta, e Paul McCartney posava sorridente con lui. La sua straordinarietà ispirò futuri colleghi come Radiohead, Ed Harcourt, Rufus Wainwright, Anna Calvi, oltre ad amici come Chris Cornell ed Elisabeth Frazer.
Dal punto di vista grafico, la cover della legacy edition di Live at Sin-é rimane monocroma, con il solo segno ocra dei fondi di bicchiere su una tovaglietta di carta. Minimalista ma geniale, il layout si estende leggermente per il vinile, già stampato in varianti limitate sin dal 1994. Il booklet del 2026 arricchisce l’edizione con immagini di repertorio e contributi scritti. Il DVD con quattro tracce video del cofanetto del 2003 è assente, ora solo due CD in jewel case, in linea con l’era dello streaming.
Le fotografie sono tutte di Merri Cyr, con front e back cover rimaste in bianco e nero, simbolo della forza della monocromia del passato, come la tensione delle corde di una Telecaster e il riverbero di una voce senza tempo.
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