Recensioni

Nell’approcciarsi alla vita e al lascito artistico di Jeff Buckley nel suo ultimo documentario, It’s Never Over, Jeff Buckley, nei cinema italiani con Nexo Digital il 16, 17 e 18 marzo, la veterana Amy Berg sceglie probabilmente la strada migliore nell’affidare questo racconto delicato e sofferto di un’anima a sua volta delicata e sofferente alle persone che gli sono state sempre al fianco, a chi lo ha conosciuto nel profondo o a chi è stato toccato profondamente dal suo animo gentile e irrequieto. Un racconto che, attraverso le figure chiave della madre Mary Guibert e delle fidanzate Rebecca Moore e Joan Wasser (Joan as Police Woman), si configura prevalentemente al femminile (con le eccezioni dei membri della band Matt Johnson e Michael Tighe, più il collega Ben Harper; stupisce invece meno l’assenza del collaboratore Gary Lucas, da anni coinvolto in progetti commemorativi svincolati dall’estate buckleyano).
Più di tutto, però, la regista assembla la sua trama di testimonianze dirette per affondare il colpo nella parte conclusiva dell’analisi, che si configura come un vero e proprio studio sulla psicologia del giovane cantautore, scomparso prematuramente a soli trent’anni in una tragica sera di fine maggio del 1997, quando annegò nel Wolf River Harbor, affluente del Mississippi, a Memphis.
Come suggerisce saggiamente Wasser, se fosse sopravvissuto fino a oggi Jeff Buckley avrebbe forse potuto riconoscere in sé una qualche forma di disturbo dell’umore e, con il tempo, imparare a convivere con quei pesi, quelle ansie e quelle inquietudini che nella mente di un ventenne possono dilatarsi fino a diventare insostenibili — a maggior ragione in quella di un artista travolto dal successo, logorato da quasi due anni di tour quasi ininterrotto e pressato dalle aspettative dello show business.

L’amore — rigorosamente anticonvenzionale — è sempre stato al centro della vita e della ricerca artistica e personale di Buckley. A cominciare dalla madre, voce portante del racconto, che lo crebbe praticamente da sola e lontano da quella figura che lo avrebbe segnato profondamente Jeff per tutta la vita: il padre Tim.
Il documentario ricostruisce la giornata in cui i due si incontrano per la prima e ultima volta: a casa di Tim, dopo un suo concerto, con quel numero di telefono lasciato su un pacchetto di fiammiferi pochi mesi prima della tragica scomparsa per overdose. Volutamente, It’s Never Over, Jeff Buckley non si concentra sulla carriera di uno dei volti simbolo del folk americano, quanto nell’evocarlo come il fantasma che Jeff cercava ripetutamente di rigettare — e che i media dell’epoca non perdevano occasione di accostargli. Significativa è anche la rievocazione del momento in cui, l’allora 28enne, sente il bisogno di esternare il sollievo di essergli sopravvissuto e la determinazione a non seguire la stessa tragica sorte del padre.
La testimonianza di Rebecca Moore costituisce il primo blocco dell’opera: la prima vera relazione importante, durata fino al 1993, alla vigilia dell’improvviso successo che travolse Jeff in seguito alla pubblicazione del suo primo album, Grace. Il loro fu un legame profondo, quasi fanciullesco (lui era Scratchy Fish, lei Butterfly), destinato a incrinarsi quando l’ascesa artistica di Buckley lo proiettò verso nuove traiettorie creative ed emotive.
Secondo quanto ricostruito nel documentario, la crisi fu rapidissima, fatta di assenze sempre più significative, tra cui un appuntamento saltato a San Valentino e una sessione di registrazione in cui Buckley se ne sarebbe allontanato improvvisamente. Tuttavia, in seguito da Memphis le lasciò un messaggio in segreteria pieno d’affetto, a testimonianza del legame rimasto nonostante la separazione.
Si aggiunge inoltre il piccolo ma significativo contributo di Aimee Mann: i due si conobbero nella scena musicale tra New York e Los Angeles prima dell’esplosione di Grace. La loro fu una frequentazione breve, poi trasformatasi in un rapporto di stima e amicizia; nel ricordarlo, Mann si commuove più di una volta al pensiero di Jeff.
Lo stesso accade a Wasser, che nella seconda parte dell’opera acquista maggiore spazio e contribuisce a illuminare la dimensione più fragile dell’uomo e dell’artista: la sensibilità esposta, l’animo dilaniato dalle aspettative che gravavano sul secondo album — pubblicato solo postumo nel 1998 — e l’ombra di ciò che la loro relazione avrebbe potuto diventare, se non si fosse interrotta così tragicamente.
A inframezzare le interviste, ci sono ovviamente i brani di Jeff Buckley. Da quelli del capolavoro Grace (splendidamente affrontati in questa sede nella recensione di Stefano Solventi) alle ultime registrazioni per quell’album che non vedrà mai pubblicato, per non dimenticare le cover che eseguiva con una presenza scenica da fare invidia a chiunque al café newyorchese Sin-é materiale che sarà al centro della sua prima pubblicazione ufficiale, l’EP Live at Sin-é, anche oggetto di una recente ristampa.
Per non dimenticare la ricostruzione delle sue influenze dichiarate e di una vita passata da grande appassionato di musica, da fan sfegatato dei propri eroi: da Nina Simone al suo “Elvis” Nusrat Fateh Ali Khan (che ebbe la fortuna di incontrare e a cui cantò alcune strofe dei suoi brani), passando per Edith Piaf — nella pellicola viene evidenziata una vocalità che non ha sesso, né maschile né femminile, difficile da catalogare e mandare in radio — fino ai Soundgarden, di cui viene brevemente narrata l’amicizia fraterna con Chris Cornell (lo stesso Cornell aiutò Mary Guibert, la madre di Jeff, a compilare il materiale per l’album postumo Sketches for My Sweetheart the Drunk), e agli eroi di sempre, i Led Zeppelin (i complimenti di Robert Plant durante un set a un festival lo mandarono nel delirio: per due giorni nessuno lo vide). Senza dimenticare i più ovvi e noti: Leonard Cohen (la cover di Hallelujah) e Bob Dylan.
Co-prodotto da Brad Pitt, che avrebbe dovuto interpretarlo in un biopic — progetto poi arenatosi anche per le resistenze della madre, come il film stesso rivela — It’s Never Over, Jeff Buckley, si diceva, sceglie un approccio molto tradizionale al documentario. Nondimeno, si configura come una disamina completa dell’artista e dell’uomo.
Il film ne porta a galla le molteplici sfaccettature, restituendo la sensibilità unica di un talento probabilmente irripetibile nella storia della musica e facendolo con profonda onestà intellettuale. Il risultato è un’opera che tende una mano non solo agli appassionati di lunga data, ma anche a chi si avvicina per la prima volta alla figura di questo autore — tornato proprio in questi giorni al centro dell’attenzione grazie a una riscoperta da parte delle giovani generazioni, complici i social.
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