Recensioni

7.8

Let yourself listen with the whole of yourself, you will have the pure feeling of flight while firmly rooted to the ground…

Music is my life and it always has been since I was born. Music is what I’ll have as my strength and my fuel to go on and my reason live. Nothing else exists – Jeff Buckley

Fa uno strano effetto sfogliare questo libro. La pubblicazione era stata annunciata con almeno un paio di anni di anticipo, in occasione del venticinquesimo anniversario di Grace. Sebbene il sottotitolo chiarisca piuttosto bene il contenuto trattato (Journals, Objects & Ephemera), è curioso che non sia praticamente presentata alcuna immagine dell’artista. L’unica concessione è naturalmente per la copertina (un collage di quattro differenti scatti di Stephen Stickler) più una delle prime pagine. Qui figura un bel ritratto del nostro Guido Harari, realizzato nel 1994 a Milano, in occasione delle prove per la sua primissima data live (delle tre in tutto) nel nostro paese. Lì Jeff è intento a scrivere qualcosa. Forse un autografo per un fan, forse un pensiero per se stesso. Sul muro dove è appoggiato l’effige della testa di un delfino pende sopra di lui, quasi come una spada di Damocle…


His own voice. La sua stessa voce. Non quella espressa attraverso le di lui meravigliose corde vocali, non quella passionalmente esibita nei locali o incisa con intensità su nastro. Non il suo inconfondibile timbro quando si misurava con un ricchissimo repertorio che attingeva dai Led Zeppelin a Edith Piaf, attraverso Nina Simone, Van Morrison, Leonard Cohen, Jimi Hendrix, Bob Dylan, Genesis e molti, moltissimi altri ancora. Non il riverbero delle sue illimitate sperimentazioni sonore tra rock, blues, pop, jazz, R&B, progressive e hard, spingendosi fino alle contaminazioni con la musica da camera o quella Qawwali.

La schiera dei fan di Jeff, alimentata dal susseguirsi di ogni nuova generazione dal 1994 a questa parte, attraverso questo libro può addentrarsi in centinaia di fogli scritti a penna, dai suoi quadernoni, taccuini e diari. Lì risiede la sua voce interiore: pensieri, ricordi, divagazioni e bozze di canzoni di colui che nei suoi primi anni di vita era conosciuto semplicemente come Scottie. In chi scrive la scoperta di questi documenti ha suscitato stupore e imbarazzo. E non potrebbe essere diversamente per un volume che si apre con un certificato di nascita. La città di Anheim in California, 17 novembre 1966, ore 10:49. Giusto per mettere subito in chiaro che qui si getta uno sguardo sulla dimensione più privata e personale dell’uomo, oltre che del musicista.

È inutile girarci intorno. È discutibile la scelta di mettere in piazza i sentimenti e i pensieri più intimi e profondi dell’artista in questione? Bastano, a garantire questa operazione, le firme della madre Mary Guilbert (già oggetto in passato di ripetuti bersagli per la pubblicazione di varie operazioni discografiche postume) o di Dan Browne, biografo ufficiale e autore di Dream Brother: The lives and music of Jeff and Tim Buckley, tra i primi ad intervistare il ragazzo all’epoca delle iniziali esibizioni al Sin-é? La prima si è giustificata affermando che la vera essenza del figlio può essere rivelata solo attraverso le parole scritte di suo pugno (e non da chi se ne è riempito la bocca a sproposito), mentre il giornalista di Rolling Stone ha spiegato che quanto contenuto in His own voice è una fondamentale documentazione per la comprensione del processo creativo, rimasto purtroppo in parte inespresso. La verità è che questa è solo una parziale riproposizione dell’ampio materiale stipato nell’archivio custodito a Los Angeles.

L’apparato fotografico, presentato in grandi dimensioni, è assolutamente stupefacente. Così come il contenuto. Tutto agilmente ma rigorosamente commentato dagli autori. Jeff ereditò dalla madre l’abitudine di fissare con inchiostro e carta i propri pensieri, ma anche riflessioni, propositi, annotazioni… Vi possiamo leggere i primi ricordi da bambino e poi da ragazzino, le testimonianze delle iniziali esperienze in diverse band della scena californiana, le ispirazioni, ma anche il desiderio di fuga verso New York City, le sue altissime aspirazioni di diventare un rocker vero e autentico. E poi contratti discografici, flyers autoprodotti per le sue esibizioni soliste, lettere alla madre, cartoline, o qualsiasi pezzo di carta utile a fissare l’emersione del proprio subconscio.

Qualche tablature e naturalmente diversi testi: poesie, canzoni mai incise, classici del suo repertorio, bozze per demo usciti postumi… solo la riproduzione delle varie versioni e degli aggiustamenti di Lover, you should have come over basterebbe a giustificare l’acquisto del libro. Non vi è dubbio che le sue parole siano rivelatrici di un animo sensibile e ironico ma allo stesso tempo sofferente e contorto. Jeff riporta i propri contraddittori sentimenti sul padre Tim, il cui abbandono lo segnò indelebilmente ma dal quale ereditò geneticamente un anelito assoluto verso l’espressione musicale. Si possono leggere i pensieri scaturiti dalle telefonate con gli amici, gli incontri fortuiti con gli abitanti del suo quartiere newyorkese, quelli con i fan, quello con una superstar tanto rispettata come Bob Dylan, i riferimenti alle fidanzate, l’amore per la musica di Nusrat Fateh Ali Khan… un vero e proprio stream of consciousness su carta. Intere pagine della sua bella e chiara calligrafia – quasi femminea – in caratteri maiuscoli, rivelatrice di un estro creativo non comune. La fonte sono soprattutto sei quaderni di fogli a righe, di fatto una minima parte di quelli andati perduti e di altri bruciati durante un rituale di purificazione.

Se dal punto di vista musicale le potenzialità del digitale recentemente hanno messo a disposizione degli utenti una cinquantina di brani live inediti, più il demo Sky Blue Skin, questo libro invece punta ad un obiettivo ben diverso: la proposizione su supporto cartaceo dell’essenza dell’artista. Ad impreziosire il volume, gli scatti ad alta risoluzione di Geoff Moore, già al servizio qualche anno fa per un’operazione simile su Kurt Cobain: musicassette, vinili, libri, chitarre ma anche altri strumenti, amplificatori, custodie, oggetti, bauli, scarpe ed elementi di vestiario. Si rischierebbe di sconfinare nel macabro. È lo stesso pericolo che si corre nel voler ascoltare uno scarto di studio, un pezzo dimenticato eseguito dal vivo.

foto di Guido Harari

L’insaziabile appetito dei fan e l’incapacità ad accontentarsi di quello che un simile talento produsse in una esistenza troppo breve (e in una ancora più limitata carriera) sono inesorabilmente intrecciate alle inevitabili esigenze commerciali e discografiche. Tutto è presentato in ordine cronologico ma soprattutto attraverso un criterio ritrattistico vero, rivelatorio e sincero, volutamente non esaustivo, perché in realtà la maggior parte dei segreti rimane custodito sopratutto nei ricordi e nei cuori delle persone che in vita lo conobbero. Ai fan, quelli che ebbero la fortuna di vederlo almeno una volta dal vivo, o che si devono ‘accontentare’ delle registrazioni audio e video, non rimane che alimentare la propria passione con questo zibaldone di pezzi dell’anima dell’artista.

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