Recensioni

I Boris sono una di quelle band capaci di cambiare diverse volte pelle senza mai scalfire di un millimetro l’anima della propria personalità. Una prerogativa che permette al trio giapponese di gestire la creatività in modo fluido e funzionale alla reale necessità espressiva di ogni singolo disco. Archiviato, quindi, il thrash core e lo slayerismo applicato del precedente – e ottimo – NO, la band torna – stavolta via Sacred Bones – con un album che spinge ancora in avanti i termini di un discorso iniziato da circa un trentennio.
Cantato esclusivamente da Wata, il cui timbro ben si inserisce nella lunga tradizione delle voci femminili del Sol Levante – da Kahimi Karie a Yoshimi dei Boredoms, fino a Kazu Makino dei Blonde Redhead – W parte trasmutando lo shoegaze massimalista del passato in distese ambient psichedeliche (I Want to Go to the Side Where You Can Touch…), si immerge totalmente in delicate rarefazioni dal sapore lounge (Invitation) e riaffiora con derive free funk notturne che emergono da sapienti fantasmagorie di feedback (l’ottima Drowning by Numbers). Poi, esplode improvvisamente in asprezze sludge-core senza compromessi (The Fallen), aggiungendo l’ingrediente della potenza per far progredire ulteriormente la complessità testuale e innalzare il climax in modo funzionale. Così, le soffici e jazzate texture dal sapore sixies di Beyond Good and Evil si aprono in campi lunghi di sontuoso massimalismo psichedelico e il dissonante shoegaze morriconiano di Old Projector si chiude con un improvviso colpo di coda saturo di distorsione. Quest’ultima è la perfetta introduzione per la successiva You Will Know (Ohayo Version), nove sussurrati minuti di stratificazioni shoegaze in slow motion che gradualmente confluiscono in una glaciale distesa di droning.
Un album che non solo mostra la grande maestria del trio nel gestire le più diverse sfumature, ma va oltre i generi, utilizzandoli come tasselli di una più complessa narrazione, il cui totale è decisamente maggiore della somma delle singole parti: un vero e proprio linguaggio estremo ma profondamente autoriale.
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