Recensioni

Se la musica è un linguaggio, ci sono artisti che quel tale linguaggio lo piegano e modellano a loro piacimento, portandolo al di là di confini prestabiliti. Sam Shackleton è uno di questi artisti. Venuto alla ribalta a metà anni ’00 sull’onda lunga del dubstep, già con le seminali uscite della sua Skull Disco dimostrava di viaggiare su altri binari. In una scena in cui si sprecavano riferimenti all’immaginario opprimente della metropoli ipercontemporanea, Shackleton guardava invece a rituali arcaici e futuristici. Quando tutti scendevano le scale della metro, lui scendeva quelle per una cripta immaginaria a metà strada fra Londra e l’Africa equatoriale. Da quei tempi ne è passata di acqua sotto i ponti, e il suo sound si è divincolato sempre più da rimasugli dubstep per cementificare una visione idiosincratica della musica all’insegna di una psichedelia percussiva, inebriante e misticheggiante, aperta ad apporti e collaborazioni esterne: negli ultimi anni abbondano, infatti, le sue collaborazioni, dallo spoken word del fidato Vengeance Tenfold al cantante Ernesto Tomasini, da Anika al clarinettista Wacław Zimpel, fino al progetto Tunes of Negation.
Ecco perché Departing Like Rivers, il suo primo album solista in nove anni, arriva come una novità. Cosa aspettarsi da Shackleton in solo? Sentieri già battuti o un ritorno all’ordine? La risposta, diciamolo subito, sta nel mezzo. Shack ci tiene a specificare che non si tratta di un concept album e che era sua intenzione «focalizzarsi sul mio sound principale ma senza alcun tropo di genere che poteva esserci l’ultima volta che ho realizzato un album solista». Ce lo presenta come un album psichedelico, il cui spettro di frequenze si avvicina maggiormente ai primi lavori – e questo dar nuovo lustro alle basse frequenze non può che essere benvenuto – e nella press release arriva a suggerire delle ‘istruzioni per l’uso’: «spero possa essere il tipo di album che le persone mettano su alla fine di una notte impegnativa, ad esempio a casa con amici dopo un club, in mancanza di sonno e qualunque altra cosa faccia effetto con la musica per aiutarti a lanciare la tua mente nello spazio».
Un immaginario da decompressione psicofisica che richiama i fasti dell’ambient-techno e dell’IDM dei tempi d’oro, insomma; e, qui come per le pietre miliari dei 90s, la forza dell’album sta nei molteplici risvolti che si offrono alle diverse modalità di ascolto. Departing Like Rivers funziona come sottofondo, per distendersi o concentrarsi. Si presta ad un ascolto immersivo con cui captarne tutti i micromovimenti che si agitano al di sotto della crosta superficiale. Addirittura, fra le mani del giusto dj, nel giusto contesto, potrebbe far muovere i corpi in pista.
E proprio in quest’ultimo punto sta lo scarto principale rispetto allo Shackleton cui ci siamo abituati. Dopo aver fatto musica mirata quasi esclusivamente alla testa, ha ritrovato la voglia di toccare anche i corpi. E lo mette nero su bianco sin dai primissimi secondi. Something Tells Me / Pour Out Like Water, forse il brano più ‘muscoloso’ della sua produzione recente, si apre con una linea di basso profondissima e con percussioni riverberate che ci riportano dritti al periodo Skull Disco. Il ritmo e le percussioni la fanno da padroni anche nella breve Few Are Chosen, che suona come una jam session fra le varie personalità artistiche dello stesso Shack.
L’assenza di vocalist in carne e ossa, d’altro canto, spiana la strada a sample vocali più o meno riconoscibili, accomunati da un’aura fantasmatica e perturbante. Il producer afferma di aver tratto i sample da influenze varie – fra cui quel folklore britannico che a tratti ricorda la lore della Ghost Box nei suoi momenti più sinistri – e di averli inseriti per “portare un po’ di luce nel torbidume” della massa sonora. Ora, non sappiamo quanta luce possa portare la voce campionata di Werner Herzog che, nella monumentale The Turbulent Sea, declama solenne “we have to become humble in front of this overwhelming misery and overwhelming fornication, overwhelming growth and overwhelming lack of order. There is no harmony in the universe”. Ma è fuori discussione la maestria con cui Shack adopera i suoi sample, disossandoli e privandoli di quasi ogni appiglio al mondo reale, mondo che proprio non sembra interessargli.
Ogni elemento di Departing Like Rivers è trasfigurato, ambiguo e perturbante. Prendete Shimmer, Then Fade, brano dall’atmosfera gotica che proietta ologrammi fugaci di una Gran Bretagna parallela in cui non è mai arrivata l’industrializzazione: i suoni processati che accompagnano il droning celestiale parrebbero evocare lo scroscio di corsi d’acqua cui fa cenno anche il nome dell’album, ma non ne abbiamo garanzia. Il sample vocale è fantasmatico, potrebbe provenire dal folk cui Shack dice di essersi ispirato. Anche qui, nessuna certezza. Idem per The Light That Was Hidden: i vocals galleggiano in uno spazio cosmico in compagnia di suoni percussivi. È psichedelia a gravità zero, oltre ad essere il brano che evoca più fedelmente l’artwork di copertina (opera del fido Zeke Clough): una moltitudine di elementi indefinibili, antropomorfi o meno, colti in un volteggio ultradimensionale. Non importa chiederci cosa siano esattamente – non più di quanto possa contare chiedersi cosa siano le figure che affollano i quadri surrealisti di Yves Tanguy – queste figure e questi suoni, ma lasciarsi rapire dal bizzarro e intossicante mondo che questo artista va costruendo indefesso da anni.
Il più grande pregio di Shackleton è questo, giocare con le percezioni e creare mondi fantastici e organici. In Departing Like Rivers (come in tutta la sua discografia) il suono si fa massa organica e pulsante, una totalità che va oltre l’assemblaggio freddo e chirurgico di fonti sonore disparate per farsi unità coesa nel suo essere proteiforme.
E la coesione è data anche dall’atmosfera complessivamente più tetra rispetto alle recenti fatiche. Nonostante la copertina sia una delle più colorate della sua discografia, la tavolozza acustica ci presenta al contrario uno Shack che ai colori acidi sembra preferire le sfumature di grigio dei tempi in cui a Londra e in UK imperava il mantra del ‘meditate on bassweight’ – sarà un caso che la copertina di Three Eps, che meglio condensa lo Shack più plumbeo e paranoico, sia proprio in scale di grigio?
Volendo semplificare, diremmo che Departing Like Rivers ci presenta uno Shackleton meno vicino a sentori cosmo-psichedelici anni ’70, e più affine al misticismo dark, quasi occulto, di fine millennio. Meno Terry Riley e più Coil (soprattutto nell’industrial paranoica sublimata e sottovuoto di One Of Us Escaped). Uno Shackleton che trova la sintesi dialettica fra i funambolismi della produzione recente e le radici austere del passato Skull Disco, denso, minimale e profondissimo. L’equilibrio perfetto è raggiunto nella conclusiva Transformed Into Love: pulsioni tribal-step e ghirigori psichedelici, il passato e il presente, la sua peculiare consistenza digital-arcaica, è tutto qui dentro. Un bignami di 14 minuti per incapsulare più di 15 anni di attività.
E per quanto riguarda il mood cupo dell’album, qualche decennio fa Francis Bacon disse “ma che cosa pretendevate? Che mi mettessi a dipingere rose rosse nel secolo degli orrori?” Oggi, forse, Shackleton ci direbbe che sarebbe stato impossibile per lui evocare paesaggi meno tetri nell’epoca della pandemia e della Brexit.
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