Recensioni

Sono passati appena 7 mesi dalle magnetiche teorie soffuse di W che i Boris tornano per riportare programmaticamente in auge il coriaceo tiro rock duro che contraddistingue alcuni dei loro lavori. Heavy Rocks (terzo album dei nipponici con questo titolo) riannoda i fili con la furia di NO (2020), ma per studiarne a fondo la componente proto e quindi espanderla in ulteriori direzioni. Resta un mistero come i tre giapponesi riescano a coniugare l’estrema prolificità discografica e i vari cambi di direzione con la notevole qualità di ogni singolo lavoro. Una circostanza che se da un lato rischia di lederli mediaticamente in una siffatta contemporaneità di ascolti veloci e disattenti, dall’altro li pone ogni volta sul crinale dell’innovazione.
Un disco solido che gestisce il mix di speed rock and roll à la Motörhead, proto heavy e hardcore primordiale con una scrittura distintiva che potremmo a questo punto definire autoriale. Se Ruins è ottimo punk metal da manuale e My Name is blank va a segno con un martellante riff à meta tra i Bad Brains di Quickness e gli Anthrax di fine anni ’80, altri brani allargano gradatamente il raggio d’azione. She is Burning è speed metal aumentato da fiati dal tiro ska a enfatizzarne la melodia aggressiva, Cramper è dark punk psichedelico che risente parecchio della mano dei tre e il d-beat melodico di Question 1 implode in un riflusso doom psichedelico da brivido. Vanno ancora oltre il glam che flirta pesantemente con il free noise di Blah Blah Blah, i Black Sabbath spinti oltre il precipizio dell’infermo sludge noise di Nosferatou, lo slayerismo annegato in un mare di feedback shoegaze di Chained a rimandare alle migliori collaborazioni del trio con il conterraneo maestro dell’harsh noise Merzbow (vedi l’ottimo 2R0I2P0 del 2020) e l’opprimente e caotico mix di industrial dance e sludge core squadrati assieme per fare male in Ghostly imagination.
Non poteva esserci chiusura migliore di (not) Last song, che arriva ad aggiungere il suffisso post alla dicitura neoclassical: una melanconica partitura di pianoforte puntellata da sentori black metal, su cui dilaga a pieni polmoni un cantato esasperato fino al parossismo. Non si fa in tempo a elaborarne lo strano drammatismo che improvvisamente la corrente salta. Non si tratta, del resto, “dell’ultima canzone” dei Boris, ce ne saranno sicuramente altre già pronte per il prossimo album.
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