Recensioni

IDK (aka Jason Aaron Mills) è uno di quei rapper che vivono, ormai da qualche anno, nel limbo tra élite e underground. Uno dei “nuovi” Joey Bada$$, Denzel Curry, JID: rapper tecnici, irriverenti, dotati del giusto eccentricismo per attirare orecchie e pupille, con un buon registro di invenzioni e trucchetti, nuclei tematici convincenti e, soprattutto, un’abilità tutt’altro che scontata: differenziare album da album.
È uno dei rapper più libertini e camaleontici della scena, e questo. e.t.d.s. è uno dei suoi lavori più emblematici, con la speranza che possa catapultare questo trentatreenne londinese naturalizzato statunitense, nella dimensione dei grandi, proprio come i nomi citati poche righe fa.
Qui in Italia Mills, ormai attivo da più di dieci anni, è ancora un esotismo poco (se non per nulla) esplorato, conosciuto dai più per il solo ottimo featuring in Al Pacino, pezzo presente in Riot del nostrano Izi. In America, invece, con una fanbase in crescita costante, Mills sta diventando un’istituzione di un rap in cui il purismo è spalmato sopra come bussola, più che come gabbia: una direzione per un estro che, come un vetro andato in frantumi, si muove per scomposti e spesso irriducibili frammenti, più che per uno stile univoco.
Nella sua discografia troviamo infatti album, EP e joint project estremamente eterogenei: spicchi di un tutto che non sempre appare compatto, ma che sprigiona un esotismo raro. Così, dopo l’edificante, autobiografico, ferito e pungente Is He Real? (2019), lo strabordante (e fallimentare) minestrone F65 (2023), o ancora Simple., lo stravagante joint album con un fascinoso KAYTRANADA (2022), arriva e.t.d.s.
E conquista subito: dalla copertina fortemente basquiat-iana (che imita, deformandolo, il volto di Bravado Intimo, LP precedente pubblicato l’anno scorso), al titolo (acronimo di even the devil smiles), fino alla lista di featuring e producer coinvolti — Conductor Williams, RZA, Madlib, Black Thought, KAYTRANADA, Pusha T, Ogi, Joey Valence & Brae, Rat Boy, perfino i postumi MF DOOM e DMX.
IDK spalma qui il suo rap incontenibile e le sue manie di protagonismo su un tappeto che, come in un errore di tessitura, cambia continuamente trama, colori e pattern. A fare da fil rouge è il timbro vagamente west-iano di Mills, che si maschera da supervillain tormentato, sadico e attraversato da rimpianti, rimorsi e turbamenti. Una maschera che ricalca il passato: una gioventù mai davvero pura, determinata dai contesti, dalle seduzioni e dalla fragilità, ingredienti di una sadica “ghetto recipe” che portarono un Jason Mills diciassettenne dietro le sbarre per rapina a mano armata, con tutte le conseguenze del caso.
Fin dallo skit introduttivo — la segreteria telefonica di una prigione — il disco ricalca, anche meta-musicalmente, la confusione, gli errori, le goffe redenzioni, l’irriverenza e i sussurri del peccato di un uomo/rapper contro istituzioni e industria.
Il mixtape, che si muove a ritmo spasmodico e battiti irregolari, è idiosincratico fino all’esasperazione, seducente al massimo delle proprie forze, ambizioso e, stranamente, quasi impossibilmente, coerente al suo interno. IDK, che sa come far raggiungere l’orgasmo alla propria vena poetica, si circonda delle menti giuste al posto giusto: una squadra dalle forme sbilenche che trova un senso impensabile.
Nel groove sintetico di HALO, cucito da No I.D. con tocchi post-punk, bassi serrati, un suggestivo loop di piano e uno scarno pattern di drum machine, seguiamo la presentazione di un Mills pre-fama, giovane e intriso di ghetto mentality (“I’m a crook with a deal / If my record don’t sell Ima rob and steal”), alla ricerca di una goffa redenzione spirituale, rimarcata da un auto-tune volutamente melodrammatico nel ritornello (“Turning a hat to a halo”).
Clover, singolone portante con Joey Valence & Brae, è invece l’esasperazione iper-satura di un boom bap basso-centrico molto Tribe Called Quest, dove punchline, vignette e auto-referenzialità finiscono nello stesso frullatore di un gridato, controculturale, estatico party anthem.
È un disco in cui la produzione hip hop mostra le sue possibilità più ampie: non annullandosi o disintegrandosi, ma comprendendo con precisione le direzioni emotive e concettuali dei singoli brani. P.O., dancehall cupo e nervoso firmato da un KAYTRANADA quasi sciamanico, è emblematico. A un sussurro di esotismo — il ritornello in accento giamaicano cantato dall’hawaiano Likkle Jordee,a portare il pezzo in dimensioni reggae — si affiancano violenza, tradimenti e strada, con un IDK calato nel ruolo del giovane aspirante gangster e un Black Thought che imbastisce una lezione morale sulle false amicizie e le trappole del ghetto. Lo scontro tra due generazioni e due livelli di consapevolezza è orchestrato in maniera impeccabile. La stessa maniacale cura per i dettagli avviene in diversi altri episodi: CELL BLOCK FREESTYLE/CD ON, dove la strumentale prende il loop di un fievole lamento e un sussurrato incedere ritmico per svuotarsi e lasciare la parola all’intricata strofa di Mills; EVERYONE KNOWS:), con un jazz-rap splendidamente paratattico; FLAKKA, lo-fi ricamato ad hoc e struggentemente opaco, con qualche verso postumo e inedito di MF DOOM a decorare.
Sul versante più umano e complesso, MYSOGINISTICAL e SCRAMBLED EGGS evitano sia la terapia da manuale sia il diario sentimentale. Il primo, su un soul quasi fiabesco firmato Madlib, racconta beffe e nodi di un amore che col tempo diventa rimpianto. L’outro, con Ogi (futura star da tenere d’occhio), è un lo-fi tormentato sull’invidia e sui fantasmi che bussano alla porta, su ciò che non va e forse non andrà mai. Sicuramente una perla di conscious rap che dal diario straborda e descrive un po’ tutti noi, in modi diversi. E con quel to be continued finale, non resta che aspettare.
In conclusione, con e.t.d.s. IDK sembra finalmente venuto a patti con il suo cuore artistico, dopo un F65 caotico ma privo di visione e un Bravado Intimo più leggibile ma anche più dimenticabile. Autobiografico, sudato, insanguinato, pieno di paturnie e celebrazioni, sinfonie e minimalismi, provocazioni e catarsi. Nel suo album più entusiasmante, IDK tenta di entrare dalle porte del paradiso esorcizzando un passato che lo richiama, e i dubbi che lo manipolano. Certo, lui ci prova, ma è quando ci sta più lontano, quando sorride anche lui insieme al diavolo, che la sua musica acquista davvero senso.
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