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7.8

Maybe only way to make it to the light is through the dark

Eh sì, Destin Route, aka JID se la sta sentendo alla grande, ormai non ci sono dubbi: sa di essere il migliore. Lo senti nella totale sfrontatezza dello stile, nel suo essere sempre nel posto giusto al momento giusto, nel suo completo controllo delle carte in tavola. Lo respiri nei flow, mai scontati, seghettati, sporchi ma incredibilmente perfetti, sinistri, ricchi, mutevoli, nei testi, sempre ispirati, ricchi di allitterazioni, giochi di parole, proverbi, slang, cambi di prospettiva e registro, mai relegati al solo “lyrical exercise” ma sempre carichi di sensi, idee, ambizioni. Il risultato? Un contraltare acido, disilluso e ancor più universale di The Forever Story, un disco che suona bene al primo, al decimo o al centesimo ascolto, ricco di ottimi ed eclettici featuring e producer in grandissima salute.

God Does Like Ugly, quarto album del rapper, è la riflessione sulle tante forze che governano il mondo di oggi, sui degradi mentali e fisici che feriscono l’uomo e sulle sue possibilità di scelta, redenzione e risalita, in un continuo oscillare tra strade e chiese, tra sangue e acqua santa, tra amore e tradimenti, redenzione e peccato. A compattarle, il rapper di Atlanta, che perfeziona una visione polisensoriale e troppo intelligente per avere limiti espressivi di alcun tipo. Così, bastano un’ora e 15 pezzi per scavare, personalmente e socialmente, nella psiche di un afroamericano del ghetto, attaccato ai gospel ma attirato dalle pistole, circondato dalla povertà ma ambizioso, freddo e cinico ma fragile e passionale, intrappolato dal diavolo ma speranzoso di scappare, in una tracklist che flirta con la perfezione, forse riuscendo a conquistarla pezzo per pezzo con uno stile inimitabile e piacevolmente appiccicoso.

Un approccio che suona sì intrigante nei tagli più acidi e alienanti, vicini alla trap o all’hardcore (YouUgly, WRK, On McAfee), ma che esplode definitivamente nei tagli più conscious: Community, generazionale street poetry con i Clipse dal gusto Boom Bap, K-Word, nervosa e cavernosa disamina del karma e del suo immenso potere nell’uomo, Of Blue, magnum opus e riassunto di un’intera weltanschaung in 6 minuti (“Tryna write a happy ending story, while I’m seeing something more than Heaven, Hell or purgatory”), o Gz, violento focus sulle narrazioni dei media e gli stereotipi razziali. Ammalianti e appassionate sono invece le proposte più melodiche e intimiste, che mettono la luce sul lato più personale e fragile (Wholeheartedly, tra tradimenti, dolcissime chitarre e dei grandi Ty Dolla $ign e 6lack, No Boo, ballad r&b sull’ambiguità dell’amore e delle relazioni sentimentali con la candida Jesse Reyez).

Quello di JID allora non è solo un grande disco, non è solo la definitiva consacrazione della sua immagine, l’album più magniloquente e ambizioso della sua carriera, è altro, tanto altro. God Does Like Ugly, nel pieno di un’estate grandiosa e redentoria per l’hip hop di oggi, si impone come una cinica, appassionata, precisa, ricca collezione di cronache di vita, sofferenza, spiritualità, amore, tradimento, rivincita, nel segno di un rap ubiquo tra presente, passato e futuro. Quando soulquarians, lo street rap dei 90s, la trap degli anni 10s, l’r&b e la golden age degli 80s si fondono in un memorabile approccio d’autore, ciò che viene fuori può essere solo grandezza, e solo chi ama davvero questo gioco, anzi, ne è “addicted” (come conclude nell’outro soul rap simil-Kanye, For Keeps), può raggiungere davvero questa grandezza. Il quarto album di JID è qualcosa che nell’hip hop dei grandi numeri non si sente, per magniloquenza e verve artistica, dai tempi in cui Kendrick Lamar posava con la sua gente davanti alla Casa Bianca.

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