Recensioni

4.5

L’ha chiamato RIOT ma avrebbe potuto chiamarlo FEAT. Il nuovo album di Izi è una passerella di ospiti che lascia confusi: si tratta di una soluzione per sbancare Spotify o di una cortissima copertina per coprire la mancanza di idee? Al di là della sensazione che il buon Diego abbia tirato nello studio chiunque passasse di lì, dagli amici d’infanzia al magazziniere della Island, siamo davanti a un lavoro che non aiuta a fugare i dubbi che già avevamo sul genovese, anzi. 

Dove riesce a ritagliarsi uno spazietto accanto ai troppi ospiti, Izi conferma i suoi marchi di fabbrica (ovvero i motivi per cui chi lo ama lo ama e chi lo odia lo odia): usa tanto – e bene – l’autotune, non si capisce nulla quando rappa perché si smangiucchia tutte le parole, e sembra spesso schiavo di un generatore automatico di pezzi di se stesso. Stavolta l’album veste un abito vagamente politicizzato, nel senso che – come da nota stampa – dovrebbe invitare «a non scappare, a imparare a confrontarsi con la realtà, senza violenza, ma continuando a porsi dubbi e richiedendo spiegazioni, pretendendo rispetto, chiarezza e trasparenza». Che poi uno vede i feat. di Nayt, Elettra Lamborghini e Gué ed effettivamente due domande se le fa, temiamo non nel senso che intendeva Izi. 

L’inizio non è neanche male, con un’ottima Intro (Can’t Breathe) e Al Pacino che intesse una melodia intrigante nel ritornello. Poi passano altri due o tre pezzi e inizi a chiederti a cosa serva tutto questo: di tutti gli ospiti in scaletta paradossalmente più della metà risultano assolutamente inutili, da Fibra che strappa l’ennesimo ticket con un’altra strofa a pilota automatico inserito e un Piccolo G che, insomma, si chiama Piccolo G. Izi riesce anche a infilare non uno ma due sosia di Tha Supreme (Leon Saun in Flop e Maestro in Faya), e la noia dilaga ormai incontrollata. C’è il pezzo con il beat a base di flauti e feat. di Madman e Gemitaiz che sai già perfettamente come suonerà ancora prima di sentirlo, c’è un S8 K4SS4 con Benny Benassi (?) e Dargen D’Amico che potrebbe anche essere un buon guilty pleasure, ma e risulta davvero troppo poco.

Siamo al quarto disco e nella produzione di Izi ancora non c’è un lavoro che sia andato oltre il 6 (nei casi migliori). Forse è arrivato il momento di accettare che il potenziale – che pure c’era – più di così non sboccia?

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