Recensioni

7.1

Con questo Dim Probs, che arriva a poco più di un anno e mezzo dal precedente – e sempre non meno che buono – Sadness Set Me Free, sono ormai nove gli album usciti a nome Gruff Rhys, tanti quanti quelli legati alla gloriosa firma Super Furry Animals che, a parte un paio di reunion dal vivo, sembra aver interrotto le comunicazioni da almeno tre lustri (l’ultimo Dark Days / Light Years risale al 2009).

Una discografia ormai corposa, altresì ricca di episodi collaterali e deviazioni (incluse colonne sonore per film e videogiochi, nonché il libretto di un’opera…) che, ancorché gareggiare con la band madre, ne rappresenta una declinazione/maturazione in veste cantautorale, senza dimenticare il gusto per il pop di qualità e, come tutte le volte in cui il Nostro ha scelto di adoperare l’idioma gallese, per l’eccentrico, come testimoniano i precedenti di Mwng (2000, a nome SFA), Yr Atal Genhedlaeth (2005) e Pang! (2019).

Benché il cymraeg sia alle nostre orecchie incomprensibile (basti sapere che “dim probs” si traduce in “nessun problema”, in un ironico riferimento alla contemporaneità), il ritorno alla lingua di origine è ancora una volta il pretesto per esplorare tanto la vena più giocosa (Saf Ar Dy Sedd, o l’irresistibile Chwyn Chwyldroadol!, ovvero i Velvet Underground che rifanno Obladi Oblada con tanto di risatine, cortesia degli ospiti Cate Le Bon e H. Hawkline), quanto quella più malinconica e riflessiva (Cân I’r Cymylau, una Adar Gwyn che non dispiacerebbe a Damon Albarn); di certo, non si tratta di una scelta casuale o di una bizzarria fine a se stessa, anzi il contrario: paradossalmente, quando Gruff Rhys canta in questa lingua ancestrale, affascinante e insieme adorabilmente buffa è perché ha qualcosa di importante da dire e, dove non arrivano le parole, arriva la musica.

Prodotto insieme a Ali Chant (già con PJ Harvey e Yard Act) e pubblicato dalla Rock Action degli amici Mogwai, l’album mantiene un approccio di base casalingo e dimesso, ovvero folk e minimalista, con acustica e drum machine in primo piano (vedi la morbida psichedelia folk dell’iniziale Pan Ddaw’r Haul I Fore, dove riecheggia lo spirito guida Meic Stevens, o una Dos Amdani che porta John Martyn sulla Luna), concedendosi altresì sorprese in fase di arrangiamento e sviluppo armonico (la spacey Slaw, Cyflafan), con vette di pura classe (i fiati di Taro #1 + #2, in odore di Fleetwood Mac, e dell’eccellente chiusura di Acw con le sue aperture jazz-afro beat). Alti livelli, come sempre.

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