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7.4

Un gioiellino pop: Seeking New Gods – settimo album in studio per il musicista gallese Gruff Rhys–  è un concept album gloriosamente eccentrico, che esplora liberamente la mitologia e la storia del Monte Paektu, vulcano considerato luogo sacro nel folclore nordcoreano, offrendo una panoramica ad altissima quota della pop music. Rhys decide di lasciar da parte l’affaire politico (europeista convinto VS Corea del Nord di Kim Jong-un) e usa le immagini di questo luogo in modo personalissimo, quasi diaristico, esplorandone tempi, luoghi e cambiamenti. Perché questo disco è anche la biografia della montagna stessa, il picco più alto al confine tra Cina e Corea del Nord. E non è la prima volta che il musicista si lascia ispirare dalla scrittura biografica nei suoi album, dalla storia di John DeLorean in Stainless Style a quella dell’editore Giangiacomo Feltrinelli con Praxis Makes Perfect, entrambi pubblicati come Neon Neon. Oggi Seeking New Gods riprende proprio da quel filone con l’unica differenza che stavolta il punto di vista è quello di una montagna che racconta la vita di chi percorre la sua superficie, di chi si incontra durante il viaggio per arrivare esattamente lì, e non altrove. Qualcosa di più di una semplice montagna, simboleggiando l’intero popolo coreano. Perché le montagne sopravvivono alle diverse situazioni politiche, sopravvivono alle persone, testimoni della caduta di intere civiltà.

Un disco teatrale, possente, inconfondibilmente scritto, cantato e plasmato dall’entità sonora che Gruff Rhys ci ha regalato in questi anni; non è solo una questione di fascino ed esotismo per la meta lontana o per la filosofia panista che si cela dietro l’umanizzazione della cima ma ciò che davvero rincuora è la pacifica fiducia che accordiamo al maghetto di Haverfordwest, e che al contempo sembra accrescere l’istanza delle melodie, guidate dal pianoforte con una suggestiva spettacolarità apertamente psych-pop in odor di seventies.

C’è una grande (e ritrovata) freschezza nella produzione che riempie le sontuose e sognanti melodie pop dei dieci brani dell’album, il più vicino al sound dei Super Furry Animals negli ultimi dodici anni. Ritornelli orecchiabili e armonie angeliche portate a livelli altissimi anche grazie alla preziosa presenza di Lisa Jên e Mirain Haf Roberts del gruppo alt-folk 9Bach.

Dal valzer power-pop di trombe mariachi e ottoni tintinnanti su Mausoleum of My Former Self alla lenta jam psych-pop à la Prefab Sprout di Can’t Carry On, Rhys continua ad alludere, senza essere mai troppo esplicito (e politico) nel raccontare e cantare, con la brillantezza degli inizi, tutto ciò che è cambiato, tanto nel macro quanto nel micro cosmo che lo circonda.

Ma è andando avanti con le tracce che Seeking New Gods inizia a diventare più libero e sperimentale: il glam-twist spaziale di Loan Your Loneliness scorre attraverso una ballata che ricorda gli Electric Light Orchestra mentre l’autore pare intento a scavare nelle proprie radici pop ampliando un orizzonte fatto di synth cosmici e percussioni sbarazzine (sia lodato qui l’eleganza pulsante di Kliph Scurlock, ex batterista dei Flaming Lips che riesce a tradurre perfettamente l’approccio della registrazione dal vivo). Attimi free-jazz che incontrano i Beach Boys nell’ottima The Keep, memorie velvettiane nel garage-rock di Hiking In Lightning, tentacolare psichedelia per Everlasting Joy e aperture à la Supertramp per la meravigliosa Holiest of The Holy Men, adagiata su cambi di tempo irregolari e un ritornello epico: la piega intima eppure straripante della composizione di Rhys va a creare un’interazione avvincente tra geologia e umanità, memoria e tempo. Tutto brilla sotto la sua maestria vocale e interpretativa. Il mantra in cui si cala la title-track disegna surreali distici, tra i più belli dell’album: “Gli sciocchi saranno i benvenuti/piaghe come benedizioni/alla ricerca di nuovi dei/mentre la lava scorre”. La ricerca continua eppure potrebbe anche fermarsi qua. Almeno per un po’.

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