Recensioni

6.4

Nel 2016 pre Brexit, Gruff Rhys, come tanti altri musicisti britannici, aveva espresso forte contrarietà rispetto al referendum. A favore del remain aveva pure composto I Love EU, brano manifesto del suo attaccamento al continente e alla cultura europea. Due anni dopo il leave ha prevalso e al leader dei Super Furry Animals non è rimasto che raccontare e raccontarsi in questa nuova e ambiziosa opera, Babelsberg.

Nel ruolo di opinionista sociale, Rhys analizza con fare lucido e talvolta cinico tutto ciò che accade intorno a lui, a livello politico e culturale. Dalle fake news alla dipendenza da social passando per le conseguenze della gig economy, il comportamento della società vive una cubica trasformazione sotto la lente del cantautore gallese che torna al pop orchestrale à la Bacharach grazie un’eccentrica idea di sontuosità atmosferica e retrò. Merito che indubbiamente deriva della scelta di collaborare col compositore Stephen McNeff, direttore della BBC National Orchestra of Wales. Fattore che però ha portato uno slittamento di ben due anni per l’uscita del disco: tutte le canzoni di Babelsberg erano infatti state registrate in studio in soli tre giorni nel 2016. Nei successivi diciotto mesi, è stato compito di McNeff registrarle con un’orchestra di ben settantadue elementi.

Nel quinto album del musicista di Haverfordwest piogge di archi e chitarre vagmente yé-yé abbracciano arrangiamenti morbidi e infuocati così come bruciante è l’approccio testuale in cui emergono tanto le preoccupazioni quanto lo stupore e la ricerca di positività; il mondo si è allontanato dall’idea idilliaca che ne aveva l’artista e la fatica del presente invade anche la su poetica. Nella misura in cui Babelsberg affronta una litania di ansie universali, l’impermanenza e la rovina guidano, quasi sonnambule, all’interno di un abisso sociale e ambientale, quasi una moderna apocalisse di metafore e borbottii. Un umore disperato spesso vago, che si perde sulla superficie della torbida e rassegnata lamentela, «tossendo sangue in un tour americano / lasciami sconcertato / preoccupato per il mio futuro». Un lirismo distopico che cozza lievemente con il mancato approfondimento dei temi scelti, limitandosi a voler far luce su tutta la preoccupazione per l’assurda deriva dell’umanità.

Se in Frontier Man e Limited Edition Heart archi e legni creano una perfetta comfort zone dove la voce di Rhys adorna freddamente un coro femminile, la velocità di composizioni come The Club e Take That Call interagisce con l’orchestra in modo magistrale. La fascinazione negativa del pop di Negative Vibes non brilla come potrebbe mentre il finale, affidato a Selfies In The Sunset, porta con sé una leggera e graziosa malinconia, nello zuccheroso duetto con l’attrice Lily Cole. In fin dei conti, troviamo Gruff Rhys intento a interpretare un piacione scontento, quasi un ruolo da musical, voglioso di critiche e malumori senza offrire in cambio il piacere di un ascolto compatto, profondo, logico. Che sia un male? Che siano i tempi caotici e colmi di nubi oppressive? Chissà, per il momento ci teniamo gli arrangiamenti ampollosi ma mai banali di una signora orchestra, e tendiamo la mano al coraggio del gallese che questa volte, oltre all’ottimismo, pare aver perso anche la bussola.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette