Recensioni

7.2

Quando il suo nome è emerso nei primi anni del 2000, Alessandro Grazian si è dimostrato da subito un cantautore meno tradizionale rispetto, ad esempio, ai coevi Dente o Brunori SAS. Il materiale che si ascoltava in dischi come Caduto o Indossai non era semplice nostalgia per una delle tradizioni musicali nostrane più importanti, bensì una poetica particolarissima in cui a una voce che ci pareva figlia di certe idee à la Jeff Buckley si univano musiche e arrangiamenti quasi barocchi, non troppo distanti dal mondo della classica. Una formula che nelle intenzioni sembrava voler seguire le orme “auliche” di un Branduardi (con i dovuti distinguo stilistici, ovviamente), di per sé ambiziosa e originale, sviluppata in 2 EP e 4 album (l’ultimo, L’età più forte, è uscito nel 2015) che fino ad oggi hanno rappresentato l’eredità musicale del Grazian solista. Nel 2017, il progetto parallelo Torso Virile Colossale – con la collaborazione di Antonio Cupertino, Francesco Chimenti, Nicola Manzan, Mario Arcari, Olga Mazzia, Raffaele Kohler, Luciano Macchia e Alessandro Perissinotto – ha poi rappresentato una intrigante deviazione rispetto al cantautorato delle origini, rivisitando in modo creativo la tradizione delle colonne sonore dei film peplum.

Nel 2025 è dunque questo Grazian a riprendere le fila del discorso, un ritorno che è forse più una ripartenza, considerati il titolo quasi omonimo, il fatto che dalla ragione sociale sparisce il nome dell’artista padovano di nascita a favore del solo cognome, ma soprattutto i suoni racchiusi nei 12 brani in scaletta: musicalmente ricchissimi, anche in questo caso figli di un lavoro certosino e da navigato compositore, ma ad anni luce da quelli dei primi dischi. Dove prima c’era un intimismo cameristico e fondamentalmente folk, infatti, ora troviamo una varietà timbrica caleidoscopica e più “contemporanea” garantita anche dalla co-produzione artistica di Davide Andreoni e dall’apporto di musicisti come Emanuele Alosi (batteria e percussioni), Enrico Gabrielli (fiati), Franco Pratesi (violino), Gino Sorgente (bongo), Alfonsina Pansera (voci), Francesco Chimenti (pianoforte) e dello stesso Grazian (basso, pianoforte, organo, banjo, Fender Rhodes, Moog, chitarra elettrica e acustica).

Il “pop-rock” cantautorale e a maglie larghe che si ascolta in Grazian è però morfologicamente ibrido e tutt’altro che classificabile in categorie certe. Prendete un brano come Voglio amarvi: dal punto di vista delle inquietudini sonore che mette in mostra ci ricorda una evoluzione in technicolor della Jungla di città del Celentano dei dischi anni ottanta più sperimentali (nel nostro caso, Uh…Uh…) ma con l’evocatività di una soundtrack per un immaginario film distopico. Scontro Frontale parte invece con un pianoforte a metà strada tra l’Elton John di Honky Cat e ricordi beatlesiani, per poi deflagrare in un ritornello intenso e ironico al tempo stesso («scontro frontale tra canzonieri / dentro alla SIAE ci stanno i forzieri / vince chi arriva più dritto al cuore / povero stanco ex-cantautore», recita il brano). E se l’introduttiva Ragazzo/a sembra un omaggio al passato di Grazian, con le sue atmosfere sospese e l’arpeggio di chitarra acustica, il pianoforte di Cuore è forse la concessione maggiore a un classic-pop a tutto tondo, quasi baustelliano, per quanto armonicamente assai strutturato.

Nel nuovo disco di Alessandro Grazian c’è questo ma anche moltissimo altro, come ad esempio il cortometraggio in note di Uno shot, il funk cibernetico di Via Saterna o una L’amore che non va che tra bassi, synth à la King Crimson prima maniera, chitarra elettrica e saliscendi vocali ci pare uno dei brani più avvincenti e riusciti della tracklist. Quel che è certo, comunque, è che Grazian si dimostra un lavoro ispirato e da scoprire un po’ alla volta, pubblicato da un artista che meriterebbe molta più considerazione da parte di tutti, vista anche una produzione artistica ventennale che non mente sulle sue reali capacità.

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