Recensioni

L’unico difetto di Alessandro Grazian è sempre stato quello di peccare di auto-indulgenza. Non tanto nelle musiche. Quelle, da Caduto in avanti sono cresciute esponenzialmente trasformando un cantautorato aristocratico un po’ à la Branduardi – almeno nell’idea generale – nella musica da camera che abbiamo avuto il piacere di ascoltare nell’ultimo Indossai. Quanto nei testi, spesso sorpresi a contorcersi in un rimpiattino dalle mire fin troppo alte rispetto alle reali capacità comunicative. L’impressione, insomma, è sempre stata quella che fosse necessaria un’asciuttezza maggiore, quando non un centro di gravità semantico che fosse una reale mediazione tra le esigenze dell’autore e l’autorevolezza di un testo proposto a terzi.
Ci voleva un Ep perché tutto ciò si realizzasse, il qui presente L’abito, in cui si arriva finalmente alla sintesi perfetta tra musica e parole. Una verità che ne nasconde un’altra: se non ci si trova sempre davanti ai brani più riusciti della produzione di Grazian – ma L’abito e Solo lei sono da applausi –, di sicuro si può godere dei più maturi musicalmente parlando. Tanto che non si scorge un solo difetto nei cinque episodi in scaletta e ci si stupisce della complessità raggiunta da una scrittura coraggiosa e da orchestrazioni – Nicola Manzan al violino, Giambattista Tornielli al violoncello, Riccardo Marogna ai fiati, Nereo Fiori alla fisarmonica, Alessandro Arcuri al contrabbasso, Tommaso Cappellato alla batteria, – raffinatissime. Un incedere elegante che tra le accelerazioni quasi orientaleggianti di Incensatevi e gli archi suadenti di Sulla via conferma il peso specifico di un autore elaborato ma (finalmente) non pretenzioso, sulla via della maturità artistica.
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