Recensioni

7.2

La prima cosa che salta agli occhi – o meglio alle orecchie – ascoltando il nuovo disco di Alessandro Grazian è l’estrema classicità che traspare dalle strutture musicali. Un cantautorato acustico, quello dell’artista veneto, che si fa musica orchestrale, fraseggio corale, elaborata suite dai contorni sbiaditi, dialogo dagli spiccati preziosismi e le specifiche ricchezze timbriche.

Un suono che segue le bizzarrie della metrica e nel contempo ha tutto l’aspetto di una colonna sonora da cinema d’autore, con tanto di cambi umorali della musica e lavoro di cesello sui particolari. A testimonianza, brani come A San Pietroburgo, in cui malinconie crepuscolari vanno di pari passo con vere e proprie parentesi narrative – alla voce c’è Emidio Clementi dei Massimo Volume – lasciando che siano le variazioni dei toni a descrivere gli scenari. Con archi, clarinetto, flauto, chitarra acustica e una miriade di altri contributi strumentali – tra gli ospiti, Enrico Gabrielli dei Mariposa / Afterhours, Alberto Stevanato e Solenn Le Marchand dei Grimoon, Nicola Manzan di Bologna Violenta – impegnati a dipingere un quadro composito capace di trasformare l’originale sensibilità degli esordi in svisate quasi à la Jeff Buckley (E’ vero), aperture minimali (Indossai), profondità suadenti (Acqua).

Se la musica deborda e straripa, i testi si asciugano, subendo un processo di snellimento necessario quanto sofferto talvolta capace di mantenere un ottimo livello di coesione con il resto del materiale, in altri casi meno incline a dare il giusto peso ai significati. Uno dei pochi difetti – del resto stiamo parlando di un cantautore, pur sui generis -, di un’opera altrimenti da considerare un piccolo capolavoro dell’underground di casa nostra.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette