Recensioni

Lo avevamo un po' perso di vista Alessandro Grazian. Dopo la pubblicazione dell'ottimo EP L'abito, le ultime cronache lo volevano interessato più alla pittura che alla musica, in giro per esposizioni a far conoscere i suoi Ritratti da Grazian. Neanche il tempo di abituarcisi, che lo ritroviamo nel 2011 in concorso a Cannes in veste di compositore della colonna sonora del corto di Pasquale Marino L'estate che non viene, per poi riascoltarlo sulle note di Ballata dell'arte nel disco-tributo a Luigi Tenco Sulle labbra di un altro uscito a novembre dello scorso anno. A seguire, un periodo sabbatico dedicato alla lavorazione del nuovo disco, il qui presente Armi, con un Grazian consapevole di giocarsi una buona fetta di dote accumulata in questi anni.
Il primo approccio col nuovo materiale lascia di sasso chi del musicista padovano ha seguito le vicende fino ad ora: la title track, con le sue chitarre arrembanti, parla di una svolta elettrica dura e sostanziale che sotterra d'un botto il menestrello altolocato e barocco del passato. Anche se in realtà è in brani come Se tocca a te, Soltanto io o l'ottima Helene che emerge la vera natura del nuovo corso di Grazian. Un sentire che non rinuncia alle profondità della canzone d'autore ("sarà per le rovine stupefacenti che ti hanno sedotto e abbandonato e adesso è tutto meno intenso di quello che credevi" si canta in Se tocca a te) associandole tuttavia a una wave espansa, elegantissima, in alcuni frangenti non troppo distante da certe derive post-rock (Nonchalanche). Fondamentale, in questo senso, il contributo di Leziero Rescigno degli Amor Fou chiamato a co-produrre e bravo a valorizzare l'immaginario sonoro del musicista padovano. Un lavoro accurato che non è la solita svolta di comodo in tema di revival, quanto un riconfigurare i generi suddetti adattandoli a un songwriting già adulto. I testi si asciugano ulteriormente rispetto ai dischi precedenti sfiorando lo slogan (“Perché di armi ne ho”) e arrivando a toni declamatori quasi in stile CCCP (Non devi essere poetico mai), baluginano immagini sparse più che una poetica descrittiva in senso stretto, il tutto perfettamente in linea con un suono che si fa onirico (lo shoegaze sui generis de Il mattino) pur non perdendo di vista l'immediatezza.
Tutto si può dire di Grazian, tranne che non sia un musicista che si mette in gioco. Armi è l'ennesima dimostrazione di come gusto e personalità possano garantire basi solide a un processo di crescita rispettoso di uno stile che rimane peculiare.
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