Recensioni

I nonni spesso rimangono soli. È triste, certo, ma è normale. Nel marzo di sette anni fa usciva quel Last Place che sembrava in grado di smentire l’inevitabile, ovvero una carriera solista di Jason Lytle in tono minore – i solo discreti Yours Truly, the Commuter (2009) e Dept. of Disappearance (2012) – dopo che il quarto album della band Just Like the Fambly Cat (2006) aveva ribadito quanto fossero lontane le vette compositive – o forse solo il senso – dei primi due lavori, stante gli scricchiolii già evidenti nel terzo e pur buono Sumday (2003).
Era abbastanza buono, Last Place, o forse eravamo noi, orfani della deliziosa angoscia che ci accompagnò nel trapasso tra vecchio e nuovo millennio, che volevamo lo fosse. Che non aspettavamo altro di poterlo pensare, di poter credere che fosse di nuovo possibile il cortocircuito sgangherato e sublime tra valvolare e virtuale, tra solido e vaporizzato. A caratterizzare Under The Western Freeway (1997) e The Sophtware Slump (2000) – tralasciamo i pur ottimi EP dell’epoca – era una poetica della soglia, ovvero la capacità di cogliere quel sentimento in bilico tra l’esserci e il non esserci (più), la consapevolezza del trapasso inevitabile tra un prima in dissolvimento e un dopo ancora indefinito. Ne risultava un impasto emozionante tra euforia (poca) e angoscia (dominante), capace in qualche modo di suonare liberatorio proprio per come sapeva mettere a fuoco lo stato d’animo che stagnava più o meno sommerso nello spirito del tempo (di quel tempo).
Last Place sembrò appunto recuperare qualcosa di quella verve spaesata, ricollocandola in una seconda metà di anni Dieci ancora bisognosa di chiarire le coordinate. Ma si rivelò un titolo fin troppo profetico: nel maggio di quello stesso 2017, Kevin Garcia – bassista e membro fondatore della band – fu colto da un ictus e morì, a soli 41 anni. Per i Grandaddy si trattò ovviamente di una mazzata. Il decollo di una nuova fase si trasformò in un atterraggio di emergenza e, di fatto, collassò.
Da allora, l’ultimo segnale di vita significativo della band risale al 2020, ma si deve a un tributo eseguito in solitario da Lytle in occasione del ventesimo anniversario di The Sophtware Slump (The Sophtware Slump ….. on a wooden piano). Proprio quest’ultimo sembra essere la matrice del ritorno dei Grandaddy, che di fatto è un falso ritorno, una reunion fantasma. Il nonno oggi è solo. Lytle suona tutto, ad eccezione della pedal steel guitar affidata a Max Hart (We Are Scientists, The War On Drugs, Melissa Etheridge…). E si rende autore di tredici pezzi a scartamento ridotto, morbidi ed eterei, sospesi tra rapimento e disforia.
In molti casi abbiamo a che fare con dei valzer folk, a base di chitarra acustica e voce, adagiati su emulsione di synth e stiepiditi con pennellate iridescenti di pedal steel. La title track apre la scaletta in maniera assai emblematica: brevissima (poco più di un minuto), inizia con un basso profilo – a partire dal canto assorto/accorto – per poi accumulare elementi in crescendo, quasi a suggerire un risveglio luminoso (“Open your eyes and your laptop/to the sunrise”) subito tuttavia frustrato da una consapevolezza cupa (vedi lo “spegnersi” degli strumenti come un sistema che va in blocco). Un po’ come se il “Blu” della veglia offuscasse l’illusione prospettica del sogno.
Alla base di questa tristezza sembra esserci – banalmente – la fine di una relazione, forse ancora un’eco del divorzio avvenuto nel 2016, la cui difficile elaborazione già affiorava con forza in Last Place. A questo fanno pensare i testi tanto afflitti quanto disarmanti di East Yosemite (“If they knew what carved into/The bark of that old tree/Both our names divided by/A heart designed by me”), On a Train or Bus (“Someone might wonder how/I lost you/But what else could I do?”) o You’re Going to Be Fine and I’m Going to Hell (qui basta il titolo). D’altro canto una Long As I’m Not The One, col suo passo abbacinato che rievoca i Flaming Lips più esausti, sembrerebbe invece far slittare la malinconia su un piano più esistenziale (“I’m all alone now and no, I don’t like it”). E quindi?
Quindi, al di là del tropo dell’amore finito con annesso cuore spezzato, ad emergere è un più ampio e meno circoscrivibile senso di abbandono, come se gli appigli concreti del quotidiano si fossero dissolti uno dopo l’altro, lasciando il protagonista-io narrante di queste microstorie disorientato, sospeso. La soglia tra i due millenni, che col suo magnetismo inquietante/eccitante sostanziava la produzione dei primi Grandaddy, è diventata oggi uno spazio senza gravità o correnti direzionali, un limbo privo di futuro. O, se preferite, un bardo. È da lì, pare, che provengono queste canzoni. Che non hanno la forza, il senso di trepidazione vertiginosa ed ebbrezza sgomenta di pezzi come Laughing Stock o Underneath The Weeping Willow, ma delineano con il loro basso profilo emotivo un luogo senza sussulti, un groviglio di mestizie evanescenti.
Vedi come Jukebox App sembri tentare una struggente rivalsa emotiva e al tempo stesso cedere le armi alla rassegnazione, ricordando in ciò lo Sparklehorse più dimesso, o come Nothin’ To Lose si propaghi assertiva eppure arrendevole in sella a una melodia irrigidita, che in coda concede spazio a una batteria snervata (“And credits roll over it all/Those summer nights/In pleasant skies/We wore it out”). D’altro canto, i momenti che formalmente più ricordano i “vecchi” Grandaddy sono i due singoli Watercooler – una ballatina agrodolce e satura di rassegnazione impegnata a mettere in scena il sentimento disperso tra uffici sterili e rituali devitalizzati (bella e opportuna la chitarra baritono à la Badalamenti) – e Cabin In My Mind, altro valzer mesto e radioso dal retrogusto Radar Bros.
Va detto che nel complesso mancano passaggi apicali o comunque davvero coinvolgenti: tutto sembra consumarsi in uno stato di rarefazione spaziotempo, su un plateau emotivamente disinnescato. Se in conseguenza di ciò l’ascolto risulta vagamente monotono, il disco ne esce tuttavia coeso, come se definisse una zona di quiete indotta, di tregua densa e trasognata. Non è un grande album, però potrei sbilanciarmi a definirlo importante. Perché la sua presenza larvale riesce in qualche modo a suonare antagonista rispetto a una realtà col motore fuori giri, permettendoci così di metterla a fuoco, di strapparci al suo avvitarsi sempre più frenetico e insensato.
Del resto, i nonni sanno adesso ciò che noi un giorno, forse, sapremo. No?
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