Recensioni

6.9

Nell’autunno 2005, l’EP Excerpts From The Diary Of Todd Zilla fa un mezzo passo indietro, rispolverando il caleidoscopio dei primi tempi. Poi, repentinamente ma nel modo migliore, chiude la premiata ditta Grandaddy. E’ un laconico Jason Lytle ad annunciarlo, contestualmente alla presentazione di Just Like The Fambly Cat. Un gioco di micro tragedie – la morte del gatto di Jason, la morte della band – che si specchiano confondendosi, alludendo qualcosa di profondo/sfuggente, una perdita in corso senza proclami, mimetizzata nel continuum emotivo del quotidiano. Cosa è successo alla band? Cosa è successo al gatto? Esistono solo risposte ovvie, ma ognuna sarebbe un piccolo inganno. Per questo la vocina fanciulla di What Happened non riceve risposta, o meglio si stempera in una spensieratezza farraginosa. Angoscia e distacco, abbandono e furori, trovate soniche e sbilanciamenti strutturali: il vocabolario Grandaddy converge tutto intero a plasmare una scaletta che oscilla tra distrazione e dolore, tra angoscia e incanto. Un’antologia programmatica che rende quest’album accessorio rispetto al mosaico estetico della band di Modesto, tuttavia opera per nulla trascurabile anzi più che dignitosa, anche rispetto a cotanta parabola artistica che a dire il vero ha scricchiolato non poco sotto l’urto del nuovo millennio.

Sbriciolati gli antichi timori sotto il peso di un’evidenza terrificante (chi si preoccupa del futuro in un presente tanto feroce?), il margine di manovra “poetico” si è ristretto, l’incubo post-moderno è imploso in una dimensione sempre più intima, tra levità interlocutoria (l’up-tempo di Skateboarding Saves Me Twice sul velluto di tastierina pseudo-Abba) e ballad dolceagra (i Beach Boys sull’orlo del collasso glam di Summer… It’s Gone), dove ogni scatto rabbioso sembra fatto di latta e lucine colorate (il power caliginoso di Jeez Louise, il post-punk sbrigativo di 50%) e dove l’electro va a sciacquare i panni nelle scenografie acriliche di un Giorgio Moroder (la fiabesca Campershell Dreams, la pantomima indolenzita di Where I’m Anymore, la solennità allibita di The Animal World).

C’è insomma un senso di gioco giocato alla meno nella residua voglia di paradigma formale annidato nei vari punti di tensione, sia quelli che s’innescano nel cuore dei pezzi (si veda la folle indolenza Neil Young e l’arguto modernariato Air nel crogiolo caramelloso di Rear View Mirror) sia quelli alimentati dai contrasti emotivi del programma (da una parte l’accomodante disimpegno robowave – tra Alberto Camerini e Buggles – di Elevate Myself, dall’altra il languido abbandono Flaming Lips di This Is How It Always Starts). Proprio nello iato tra riffettini adesivi e spaesamento onirico, tra giocattolo e trepidazione, potremmo edificare il monumento in memoria dei Grandaddy, di cui certo Lytle è stato il principale artefice. A meno che per il resto dei giorni il buon Jason non voglia darsi in esclusiva allo skateboard – suo principale interesse, al momento – abbiamo ragione di credere (di sperare) che il nonno tornerà a cullarci. Prima o poi.

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