Recensioni

7.9

Se l’esordio sbalordì il pubblico “indie”, molti elogi arrivarono anche dagli addetti ai lavori. Tra i più convinti c’era (c’è) Howe Gelb, che a quanto pare già conosceva il lavoro di Lytle e compagni per una cassetta finitagli chissà come per le mani. E’ anche grazie alla sua intercessione che la ben più importante V2 si muove per scritturare la band di Modesto. Il primo frutto della nuova contrattualizzazione arriva in coincidenza del cambio di millennio, con quello che può ben dirsi il disco giusto al momento giusto: The Sophtware Slump vede tutte le istanze abbozzate dai Grandaddy portate a definitiva maturazione. I nove minuti dell’iniziale He’s Simple, He’s Dumb, He’s The Pilot cuociono una suite eterea ed androide, diafana e allarmante. Il falsetto sbeccheggiato in un’eco friabile, quel soffice incubo di tastiere cristalline, un valzer di solenne mestizia e scollamento esistenziale, folate di videogames agonizzanti e marchingegni analogici, brume angosciose Crimson e la psichedelia proto-prog dei Floyd.

Allarme e arrendevolezza, un languore esistenziale estremamente consapevole, perciò capace di giocarsi la carta d’un fatalismo plastico, irreversibile. Che è la più drastica sentenza ipotizzabile circa l’andazzo delle cose. L’immagine delle tastiere sepolte nella polvere, icone di rivoluzione tecnologica appena ieri e oggi già rifiuto difficile da smaltire, sono il punto di combustione stesso della poetica-Grandaddy: non a caso vengono scelte le keys – interfaccia in via d’obsolescenza tra l’uomo e la macchina – quale simbolo della deperibilità repentina, dell’impersistenza perniciosa. La programmazione, il mito del controllo totale, divengono espressione del loro stesso rovescio: Broken Household Appliance National Forest alterna la folktronica sognante delle strofe ad un chorus post-glam devoluto (nel senso di Devo + T Rex), adombrando nella dissociazione stilistica la compenetrazione/dualismo tra natura e tecnologia, un po’ come in Miner At The Dial-A-View fa il frigido break a base di voce registrata tra le volute di wave vaporosa. Come dire, non esiste più una via estetica coerente. Non esiste più un vivere armonico. Siamo al capolinea asettico e confortevole del mondo.

L’abilità di Lytle e compagni è riuscire a metter in scena tutto questo carico d’angoscia senza rinunciare alla leggerezza, senza che questa leggerezza sia priva a sua volta di senso, perché sintomo di un’apocalisse già avvenuta, per quanto somigliasse al gioco più divertente d’ogni tempo. Ecco quindi Hewlett’s Daughter e The Crystal Lake, scintillanti congerie power-pop, elettricità impellente ed elettronica vivida, il riffettino adesivo come marchio di fabbrica, melodie che sembrano colte dal generoso catalogo Abba, quel senso di alta definizione formale opposta allo stato d’animo oppiaceo. Non che evitino d’affrontarla di petto, la malinconia, però sempre attraverso una lente che ti sbalza dal reale, precipitando in un collasso fumettistico-cinematografico-televisivo, giù dove hanno saputo infiltrarsi i germi del pop: la vicenda di Jed The Humanoid sta tra le inquietudini bidimensionali dei Marvel Comics, le premonizioni Asimov-Philip K. Dick e l’humour grottesco di John Landis, intanto che va delineandosi un specie di valzer Kurt Weill riprocessato Brian Eno, pianoforte e sclerosi digitali, organetti e synth radioattivi.

Si è già scritto molto, ma occorre dilungarsi ancora un attimo, quanto occorre per rendere merito ai due vertici del programma: la conclusiva So You’ll Aim Towards The Sky, found voices e archi (finti?), elettronica suadente ma ostile, è psych cosmica come degli Air alle prese con una sconfinata mestizia Neil Young, quella stessa che in Under The Weeping Willow si fa diafana e spietata, il friabile primo piano del canto nel tremolio vetroso dei synth, il pianoforte preda di un abbandono che ricorda il solipsismo struggente dei migliori Eels. Se questi sono gli (opinabili) pezzi migliori, è comunque vero che ogni canzone coglie nel segno, imbastendo assieme a quell’angoscia che dicevamo il suo antidoto sognante. In virtù di uno sguardo microscopico e periferico, condizioni necessarie all’ultima lucidità possibile. Che scorge la nudità del re. Ed altro non può.

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