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Alla fine Jason ce l’ha fatta. Si è liberato della propria creatura senza morirne, è uscito dal bozzolo con tutto il proprio immaginario di modernariato raccogliticcio, derelitto, avariato, per ritrovarsi in una mezza età di carne, il cuore confuso ma sintonizzato su un presente che non rinnega nulla anzi rivendica con morbida fierezza. A sentire questa dozzina di pezzi appare chiaro come i Grandaddy fossero lui, ma anche e soprattutto che il robot (Jed l’umanoide?) si è pinocchiescamente incarnato nell’uomo che oggi scende a patti con la possibilità di canzoni un po’ più “normali”, un po’ meno trasfigurate dalla toccante fantasmagoria po-mo che tanto ci fece amare la band (vi basti il fantasma George Harrison in Ghost of My Old Dog).
Il Jason che dichiara di tornare a casa porta con sé tutto il dolce e l’amarognolo che ben sappiamo, che fin troppo bene sappiamo: quel retaggio prog stemperato tra evanescenze spacey (Flying Thru Canyons), le perturbazioni Moroder–Kraftwerk (Birds Encouraged Him), l’angoscia pungente e cinematica à la Air (Furget It), le marachelle fuzz-pop (It’s the Weekend) e le soffici allucinazioni di zio Neil Young (Here for Good). In più c’è una certa voglia di svolta orchestrale, una febbricola che attraversa tutto il programma (la title-track, This Song Is the Mute Button) scomodando retrogusti neanche troppo vagamente Brian Wilson. Ma come al solito il genio sta nelle intuizioni povere e ostinate, quel giustapporsi di tastiere (mellotron, moog) che s’impastano con la voce proseguendone lo struggimento, quegli assolo di poche note o addirittura una soltanto (in Rollin’ Home Alone) a raccontare la stasi dell’anima nel fortunale emotivo, la ripetitività (elettro)meccanica a rievocare l’ultimo domicilio conosciuto della trepidazione (l’emblematica Brand New Sun).
Un disco che insegue la sostanza per dribblare lo smarrimento di un artista improvvisamente solo, che zoppica per eccesso di prevedibilità, ma riesce a stare in piedi, ed è già più di qualcosa.
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