Recensioni

Guardi Lytle in copertina vestito da manovale e pensi che è forse impegnato a ristrutturare la verve spaesata e la tracotanza lirica del lo-fi da cui la sua vicenda prese le mosse. Due indizi precisi (lo straniamento bidimensionale da collage e l'estetica delle macchie di calce o vernice) fanno una prova, come si dice. Quanto alle canzoni di questo nuovo album, è così solo in parte. Come non può essere altrimenti. Lytle ha avuto il suo momento, anni in cui la sua sensibilità è stata la calligrafia giusta per suggerire lo sconcerto del trapasso da un'epoca all'altra. Dal sogno elettronico all'astrazione digitale. Il fattore umano obbligato nella capsula di salvataggio, l'esistenza ovattata, trasfigurata nei sentimenti, nelle sensazioni, nelle emozioni. Lytle era il nonno col cacciavite nel taschino che allarga uno spiraglio tra i frames e sbircia le macerie dietro le quinte, il carosello di preveggenze e conseguenze, la scia cimiteriale dell'obsoleto. Uno spettacolo dolce e terrificante che ti affascina per come ti mette alla prova, sollecitandoti ad un salto evolutivo, prospettando una nuova dimensione tutta da definire.
Tutto ciò trovava formidabile realizzazione nel capolavoro The Sophtware Slump, a cavallo tra i due millenni. Una dozzina di anni sono passati da quello, i Grandaddy sono stati prima accantonati, poi oltrepassati e infine – notizia degli ultimissimi mesi – resuscitati. Intanto però Jason ha avviato una carriera solista apprezzata seppur senza clamore, anzi direi proprio schiva, da eremita boscaiolo quale gli è sempre piaciuto rappresentarsi. Tre anni dopo il discreto Yours Truly The Commuter arriva quindi questo Dept. Of Disappearance, undici tracce che celebrano il day after della catastrofe invisibile. Con leggerezza. Col languore di chi si ostina a cogliere scampoli di meraviglia mentre tutto sembra perdere consistenza e valore. Nella sostanziale reiterazione del verbo Grandaddy, spicca la briosità indolenzita di Get Up And Go, una Matterhorn che avrebbe potuto scrivere Neil Young se il Canda fosse Saturno, i barbagli angosciosi Pink Floyd nella sognante Last Problem Of The Alps, il tango cotonato in sospensione cosmica di Gimme Click Gimme Grid e una Somewhere There’s A Someone che sublima struggimento come gli Eels più languiderrimi, mentre Young Saints e Your Final Setting Sun dimostrano che il talento per i riff adesivi non si è affatto esaurito.
Una lieve, diffusa sensazione di cliché e il passaggio a vuoto di Hangtown sono difetti che non c'impediscono di apprezzare questo disco dotato di senso, sostanza e forma ben oltre il livello minimo della dignità.
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