Recensioni

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Esiste un piccolo ma solido filo che, correndo da Bologna a Napoli, unisce uno dei più grandi cantautori italiani degli anni Settanta ad un suo omologo contemporaneo. Parliamo di Claudio Lolli e di Giovanni Truppi, quest’ultimo fresco di pubblicazione di un nuovo lavoro in studio dal titolo Infinite possibilità per esseri finiti.

Lolli (nell’album Ho visto anche degli zingari felici del 1976) si faceva portavoce di una generazione disillusa e rabbiosa nei confronti delle stragi di stato, della strategia della tensione e dei servizi segreti deviati. Come in una immaginaria chiamata alle armi, il cantautore Bolognese esortava a più riprese le folle, le piazze a una sorta di reconquista dei propri spazi sociali scagliandosi contro politici, padroni, sindacati corrotti: in una parola, borghesia.

Proprio la stessa che dà il titolo a due brani di Lolli e Truppi, rispettivamente del 1972 e del 2019. Nessuna citazione diretta (Truppi ha affermato di essersi ispirato al romanzo La scuola cattolica di Albinati) ma un’analogia interessante: il bolognese, in chiusura, teorizzava la sua presta sparizione mentre il napoletano, nelle prime strofe, ne tratteggiava un decadimento già in corso e quasi completato. Ma perché scomodare Lolli per parlare di Truppi? Prendiamo queste due righe di testo:

Piazza, bella piazza, ci passò una lepre pazza, ci passarono le bandiere, un torrente di confusioni in cui sentivo che rinasceva l’energia dei miei giorni buoni. Ed eravamo davvero tanti, eravamo davvero forti
Claudio Lolli, Piazza bella piazza, 1976

Il fatto che ci siano sempre meno luoghi in cui posso incontrare e conoscere persone anche molto diverse da me, posti come la parrocchia o la sezione di un partito, è un fenomeno che mi spaventa. Mi spaventa talmente tanto che a volte considero di frequentare la chiesa vicino casa solo per recuperare quel tipo di dimensione dell’esistenza
Giovanni Truppi, Infinite possibilità, 2023

Nel primo brano il partito e le piazze si configurano come punto di partenza nella ricerca identitaria di una intera generazione. A distanza di quasi cinquant’anni gli stessi luoghi sono dipinti da Truppi come svuotati della propria forza coesiva. In Infinite possibilità per esseri finiti il cantautore napoletano gira intorno a questo enorme e importante macro tema. Nella pratica, la ricerca di una socialità necessaria per formare un’identità comunitaria che vada oltre quella sfrenatamente individualistica in cui siamo per lo più immersi.

Truppi tocca temi politici come come solo Truppi sa fare: l’ambientalismo, la riorganizzazione del lavoro, la riscoperta di un’identità dai tratti genuinamente socialisti, il rapporto tra dimensione personale e collettiva sono sciorinati aggirando il blocco delle ideologie, elencati come nel più semplice e umano rapporto causa ed effetto (Rallentare, sedersi, parlare, rinunciare a qualcosa, avere un luogo in comune, frequentare il quartiere. Cercare un senso che non riguardi solo il percorso individuale, ma che si allarghi a tutta l’umanità. Ragionare, studiare, discutere, organizzarsi con gli altri, agire in prima persona. Piantare semi, rappresentare coi fatti una nuova mentalità. Puntare al cambiamento, fare una società di comunità, di comunità). 

Rispetto al passato, la lente con cui mette a fuoco il suo zibaldone di persone, mestieri, oggetti, città, quartieri è centrato sul presente e sui dubbi che il vivere quotidiano fa emergere, col passare degli anni, con sempre più forza. Rifiutando il sillogismo paternalistico dell’età che farebbe aumentare a prescindere anche conoscenza e comprensione del mondo, Truppi ragiona sulla fuggevolezza della “ricerca della felicità” decostruendola e depotenziandone l’aspetto della ricerca come fatto avulso dal quotidiano (Ogni volta che mi mancava qualcosa, pensavo, sarà questa la felicità poi ce l’avevo e capivo che non era quella e giù ancora a cercare la felicità) ed elicitandone l’aspetto più casuale ed inafferrabile.

Anche il rapporto tra musica e parola viene destrutturato. Dopo un grande lavoro sul cantato da Poesia e civiltà (2019) alla partecipazione al Festival di Sanremo (2022), la spoken word torna prepotente e qui in una veste nuova. Grazie alla collaborazione con Niccolò Contessa e lo storico Marco Buccelli, il rapporto tra testi e melodie si fa più libero. Alla base troviamo un soundscape urbano fatto di sussurri, rumori e passaggi pianistici (i vari intermezzi Donut) che insegue la vivida narrazione geografica di luoghi fisici come Centocelle, Porta Furba, Bologna; su di esso si muovono esperimenti che abbracciano una spoken word ora dal sapore più sintetico in terreno Offlaga Disco Pax (alzi la mano chi ha fatto l’analogia tra Le persone e le coseOnomastica) ora in pieno hip-hop/crossover in terreno Kae Tempest/Little Simz (Amico, Infinite possibilità).

C’è tanto di autobiografico in Infinite possibilità… ma mai nulla di così personale che non parli, in fondo, di tutti noi: finitezza umana, fine vita, rapporto con Dio, temi con i quali ognuno di noi deve fare i conti, in qualche punto delle nostre brevi vite. Non è un caso che Fine, il brano di chiusura susciti immediatamente, anche grazie ad un sound molto riconoscibile, un richiamo all’accoppiata Finirà/Sparire contenuti in Aurora (album dello stesso Contessa del 2016). Se però lì lo sguardo era gettato verso una irrimediabile e lontana sparizione della propria esistenza individuale, qui lo stesso discorso apre a numerosi interrogativi, senza risposta, sul destino dell’umanità.

Sorprendentemente più vicino a quella geniale spontaneità anarcoide assaporata in Il mondo è come te lo metti in testa, Infinite possibilità per esseri finiti è una delle più genuine e al contempo mature espressioni del pensiero di Giovanni Truppi. Un modello ormai ampiamente codificato come lui stesso ha dichiarato in una recente intervista.

Non manifesto una mia opinione in quanto cantautore, ma do spazio a una mia visione delle cose in quanto essere umano che si sta esprimendo. Mi sembra che senza questo sguardo sul mondo la mia musica non esisterebbe neanche
Giovanni Truppi, Billboard

Nel contesto cantautoriale nazionale che spesso dimentica le proprie origini fatte di spontaneità, ascolto disinteressato e interesse per le persone e la società, Truppi sembra un alieno che, con parole semplici, prova ad abbattere muri, decostruire ed aggregare. Un fare musica che non guarda mai al mercato ma alla propria evoluzione personale e a quella del contesto cui appartiene. La valutazione di tale lavoro deve dunque necessariamente spingersi ben oltre le dicotomie estetico-commerciali del bello/brutto/radiofonico/di nicchia e riflettere sul senso di un percorso. Ancora una volta, Stai andando bene Giovanni.

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