Recensioni

Konstantin Gropper dice di essersi scoperto ottimista. Il cantautore tedesco che si cela dietro al moniker Get Well Soon lo dimostra con l’album della pandemia più solare mai ascoltato finora. Questo sesto disco propriamente detto, a quattro anni da The Horror, fin dal titolo sembrerebbe invece una dichiarazione di rassegnazione. Al contrario, il disco si presenta come una torta farcita di dolci creme e scioglievolezze di miele. Ne è un esempio un brano come I Love Humans, che fin dal titolo sembra andare in controtendenza con le prove che l’umanità sembra dare di sé stessa in questo periodo, invece si presenta come un bozzetto Calexico glassato di atmosfere cinematografiche. L’ottimismo emerge anche da un brano come My Home Is My Heart, con i suoi hook Pet Shop Boys, e questo sentimento che anche se provi a dire le cose negative, c’è questa forza che le fa finire subito.
Il problema di Get Well Soon e dei suoi dischi è sempre stato lo stesso, forse qui esagerato da questa ondata di ottimismo che sembra un po’ fuori sincrono con quello che vediamo attorno a noi, soprattutto se in questo periodo seguiamo le news. Gropper ha sempre avuto una bella penna, un talento per la scrittura pop che è davvero invidiabile, ma ha rischiato di esagerare, rendendo il dolcetto un po’ troppo dolce per essere del tutto apprezzato. Prendete Our Best Hope, per fare un esempio: un travolgente saliscendi sonoro e religioso che eccede verso il kitsch non voluto. Oppure un altro brano, Mantra, che rischia di annegare il buono che oggettivamente c’è in una ridda di riverberi da bacio perugina.
Forse il trucco potrebbe essere riuscire a non esagerare con i sentimenti troppo positivi, mettendo un po’ da parte l’aspirazione da Rufus Wainwright. Perché le cose funzionano meglio quando il Nostro si lascia andare alla malinconia, come in Richard, Jeff And Elon con le sue atmosfere sospese vicine a momenti al musical. Oppure quando non si prende troppo sul serio, come avviene in Accept Cookies, che mostra anche un vocalità leggera e sottile che non gli avevamo ancora sentito tirar fuori, oppure quando scrive un brano per gli allenamenti (One For Your Workout, che sa tanto di pop usa e getta anni Ottanta). O ancora nell’elettropop di This Is Your Life, a dimostrazione che si può fare il crooner senza necessariamente arrangiare tutto per orchestre infinite.
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