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Di Konstantin Gropper, in arte Get Well Soon, si è sempre parlato come di un colto favolista sospeso tra effusioni barocche figlie di una formazione classica e pruriti elettropop declinati alla maniera dell’indie più sensibile. Una sorta di Jarvis Cocker postdatato o di Francesco Bianconi, per restare in patria. Il disco d’esordio del 2008 Rest now, Weary head! You will get well soon racchiudeva infatti le due anime classico-moderne dell’artista tedesco, tra sogni alla Calexico, passaggi honky-tonky ed una vena coheniana dura da nascondere. Una partenza niente male ma inevitabilmente portatrice di aspettative importanti per il futuro, nelle quali una personalità multiforme come quella di Gropper avrebbe potuto facilmente inciampare. Ecco quindi che l’accoppiata successiva Vexations (2010) / The Scarlet Beast O’ Seven Heads (2012) lasciava con la sensazione che l’artista si fosse spinto oltre il limite di un misurato buon gusto, peccando di autoreferenzialità e lasciando disperdere il proprio (ed enorme) QI creativo in una texture eccessivamente pastosa e pesante. Nello specifico, Teresa Greco su SA lo definiva un «sophomore album concettualmente elaborato». Tuttavia, quello che fa grande un’artista è la capacita di uscire dall’impasse, ed è proprio l’obiettivo che il nostro centra con Love (2016). Qui il tassello mancante va al suo posto e finalmente la scrittura si fa protagonista.

Titolo più sfacciatamente pop dove chitarre e voci vengono valorizzate in maniera decisa, quel disco rappresentava un nuovo ciclo per l’artista tedesco. Un concept sull’argomento più semplice, complesso e abusato in musica ci restituiva un’immagine svuotata dal manierismo e più sobriamente open-hearted. Ma cosa viene dopo l’amore? Gropper decide di utilizzare un altro propulsore sociale che, come l’amore, muove ogni azione dei singoli: la paura. È questo il concept di The Horror, il nuovo lavoro di Get Well Soon che fa dell’interpretazione di tre incubi fatti dallo stesso Gropper il cardine per amare considerazioni sulla situazione politica tedesca e mondiale, sulla violenza di genere e sulla fine delle ideologie. Un terrore indefinito – come il Nostro afferma in un’intervista per uMagazine: «Niente è così spaventoso come una paura non concreta, intangibile» – è il sentimento scaturito dal sognare di essere in cucina e vedere una frana all’esterno, di trovarsi a cena con Hermann Goering o di sentirsi strangolato e ritrovarsi improvvisamente in Finlandia. Nelle interpretazioni c’è tutto il disagio di chi subisce in maniera silenziosa il malessere sociale che sfocia brutalmente nei momenti più intimi e privati, e la voglia di non essere più sopraffatti da esso.

A sostegno di tali interpretazioni tornano sia il mood orchestrale che il crooning, ma stavolta senza velleità egoriferite. Tutto assume un’aria schietta che, seppur cupa, trova le sue vie d’uscita nell’uso corale di legni, ottoni e fiati (A convenient truth). Tornano lo storytelling di matrice coheniana (Nightmare no.1, no.2 e no.3), gli scherzi alla Richard Hawley (The Horror), le atmosfere cinematografiche e chamber pop, ma in una veste completamente diversa rispetto agli anni precedenti: il freddo e impenetrabile manierismo si scioglie in un caldo movimento circolare. Martyr è il simbolo di questa vulcanica rottura.

Gropper non si richiude su se stesso ma cerca di fare delle sue paure, le stesse di molti, una voce comune, perché di esse non si muoia. Una via d’uscita difficile ma ragionata e basata su un palpitante subconscio che cerca la propria forza in un immaginario da Quarto Stato di Pelizza da Volpedo. The horror non è un disco immediato né facile, ma sicuramente il più cerebrale, ragionato e “di sinistra” dell’intera discografia di Get Well Soon.

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