Uppercut dall’inferno: intervista a Geordie Greep dei Black Midi
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Tommaso Bonaiuti
- 21 Luglio 2022
Raramente mi è capitato di imbattermi in una band polarizzante come i Black Midi. Amati o odiati, non fa differenza: si parla sempre di loro in termini assolutisti. Ciò che stupisce è la noncuranza di fronte alla loro osticità: non sembra turbare l’ascoltatore medio – che, probabilmente, oggigiorno è più educato, o perlomeno più trasversale nella sua dieta. Per molti, il problema sta quasi all’opposto: osano troppo poco, fanno di tutto per non far niente. Chi li adora, vede in loro i delfini dei Van Der Graaf Generator o dei King Crimson (non a caso amatissimi in Italia); l’ultimo live dei Midi che ho visto dalle nostre parti sottolineava un dato schiacciante: molti over-40 (in estasi), pochi giovani. Boomer 1, generazione Z 0. Buffo perché i diretti interessati appartengono alla seconda categoria, ma fanno di tutto per non sembrare e suonare come gli altri coetanei (no, non è sempre un pregio).
Fatto sta che la loro ultima sortita italiana in quel di Milano, circa due mesi fa, è stata preceduta da una telefonata tra il sottoscritto e Geordie Greep – una sorta di James Chance con la voce di un Muppet, un personaggio curioso che se non esistesse potrebbero inventarlo. L’occasione era quella per annunciare l’uscita di Hellfire, terzo lavoro in studio, un disco ambizioso e caotico, recensito da Massimo Onza in questa sede.

Rispetto al primo album, Schlagenheim, state proponendo sound più vicino al prog. Qual é stato il processo?
Ad essere onesto con te, con il primo album, Schlagenheim, volevamo “ingannare” il pubblico… fare qualcosa di più indie, o comunque più appetibile per un tipo di pubblico abituato a certe sonorità. Cavalcade è stato il primo passo verso un qualcosa di più compiuto, o che comunque rispecchiasse i nostri obiettivi iniziali. È stato un avvicinamento repentino, ci siamo abituati ad approcciare la scrittura con maggior naturalezza, dicendo “che ce ne importa, facciamo quello che ci piace realmente fare”. È stato un percorso molto divertente e, arrivando a questo terzo album, ci ha insegnato a non aver paura di far scoprire le nostre influenze più pure: Mahavishnu Orchestra, Genesis, Primus, Lèo Ferré… la salsa, il tango, il flamenco, Django Reinhardt, Bartok… ci sono molte cose oltre al prog che volevamo incanalare nella narrativa sonora e testuale di Hellfire… spero che ci siamo riusciti in qualche modo.
Hellfire sembra ricalcare parte dei cliché del musical: è così?
Sì, c’è molto del musical in Hellfire. Per quanto detesti i musical contemporanei, ho un amore segreto per i vecchi classici di Broadway – Guys and Dolls, West Side Story, My Fair Lady, o il film Funny Girl con Barbra Streisand… anche cose ancor più datate, come le opere di Kurt Weill, L’opera da tre soldi di Bertold Brecht… queste influenze sono sempre rimaste lì, un tempo sopite ma adesso, proprio per quella ritrovata fiducia di cui ti parlavo, sono ben presenti in Hellfire, così come in parte anche in Cavalcade. Quello che mi intrigava maggiormente era inserire l’elemento lirico del musical in un genere che ancora non aveva esplorato questa possibilità. Adesso hai tutta la densità sonora che puoi trovare nella nostra proposta musicale, e una “parlantina” costante che l’accompagna.
Per te è giusto (o necessario) sperimentare solo per il gusto di farlo? Molto prog nasce dalla noia dei virtuosi…
In parte è anche quello, non lo nascondo. Ma penso sia più uno stimolo, l’eccitazione, il puro brivido nel provare strade nuove e non battute… parte di questo spirito é sopraggiunto verso la metà della lavorazione a Cavalcade; con Hellfire, abbiamo lasciato che questa cosa fluisse senza ostacoli, anche a costo di arrivare a un livello di surrealismo assoluto, perfino sfiorando il grottesco. Ci piace.
Come fate a mantenere quest’equilibrio tra momenti di quiete assoluta (Still, Diamond Stuff) e il caos orrorifico e inquietante (l’inizio e il finale dell’album)?
È tutto gestito su un livello molto basico, in realtà… quelle sono canzoni che ha scritto Cameron, io e lui abbiamo due stili completamente diversi. Cam ha scritto anche Eat Men Eat, il brano in cui si sente maggiormente l’influenza del flamenco. E includo anche Morgan, tutti noi portiamo un sacco di idee nella fase compositiva e di scrittura, è accaduto spesso per il primo album, per Cavalcade e quest’ultimo disco è diventato un processo ancor più frequente.
I riferimenti sono molto specifici: l’immaginario evoca i divi del muto, un’atmosfera da Cotton Club, persino un match di pugilato…
Sì! Adoro la boxe, è uno sport molto appassionante, pieno di pathos e di strategie, equilibri. Per quanto riguarda il resto, ci piace evocare certi immaginari… il nucleo della band è composto da noi tre, ma giriamo in tour con due musicisti supplementari. In futuro, mi piacerebbe espandere la formazione dal vivo, trasformarla in una big band Dixieland.
Parliamo un po’ di ciò che avete fatto in studio: com’è stato lavorare con Marta Salogni?
È stato fantastico, era proprio ciò che cercavamo. La sua mano non è stata troppo invadente, non si è comportata come fanno molti produttori, intervenendo sulle scelte stilistiche o di struttura – “dovresti abbassare il tempo di questo pezzo”, oppure, “potrei suonare il tamburino su questa parte”, o spazzatura simile. Lei ha sempre cercato di trovare il suono giusto per ogni elemento, assicurandosi che venisse accuratamente registrato. Al limite ha compiuto qualche intervento di sound design che ha arricchito il dipinto finale, aggiungendo qualche effetto, rendendo il tutto più colorato e interessante. E si è inoltre occupata del missaggio finale dell’album, per questo suona così equilibrato.
Per il primo album avete lavorato con Dan Carey, che ha un approccio simile, molto poco invasivo…
Esattamente: si sedeva nella sua postazione, e lasciava che la magia avvenisse. Ci ha lasciato molta libertà. Solo occasionalmente ha aggiunto pad o parti di sintetizzatore, ma solo come overdubs, a tracce praticamente chiuse.
In questo album, sento da parte tua una grande crescita e un miglioramento a livello dei testi. Quali sono le tue ispirazioni principali, escludendo quelle musicali?
Già da quando ero molto piccolo, mia madre mi fece conoscere molti film che tuttora mi ispirano e che credo abbiano formato la mia coscienza critica e il mio modo di fare arte; uno su tutti, Io e Annie di Woody Allen. All’inizio lo odiavo in realtà, ma col tempo ho imparato ad apprezzarlo, fino a farlo diventare il mio film preferito. Credo che dipenda dall’alchimia che propone – il fatto che sia in parte un film sperimentale con un lato comico, seppur malinconico/drammatico a tratti. L’influenza delle opere letterarie dell’austriaco Thomas Bernhard sono presenti in Hellfire, soprattutto nella title track, la prima traccia dell’album, così come l’opera di Samuel Beckett, o le performance vocali e fisiche di Léo Ferré, che hanno influito sui connotati teatrali del disco. Un altro film che mi ha ispirato molto é l’adattamento de Il Gattopardo, di Luchino Visconti.
Per Hellfire si può parlare di concept album?
No, non credo. O almeno, tra noi della band non è mai avvenuta una conversazione a riguardo, non abbiamo mai avvertito il minimo intento di portare il disco su quella deriva. Ma comprendo la natura della domanda: in effetti, di sette canzoni delle nove presenti sull’album, i testi sono stati scritti tutti nello stesso periodo di tempo. Forse è per questo che tutti vanno più o meno verso la stessa direzione – non so se questa possa essere definita pigrizia creativa, ma è sicuramente il motivo per cui tutti i testi evocano una sorta di trasgressione o perversione…
Che tipo di perversione?
Vari tipi di perversione umana, varie tipologie di sfruttamento, psicologico o fisico: la prostituzione, in The Defence, o un generale molesto, l’ambiente militare ostile di Eat Men Eat e Welcome to Hell, che si succedono nella scaletta e si legano tematicamente. Gli orrori della guerra, quindi, ma anche l’estrema vanità, l’ossessione per se stessi, l’omicidio, la perdita della ragione… una vasta gamma di peccati.
Anche in John L, tratta dal disco precedente, appare evidente una tua ‘ossessione lirica’, se mi passi il termine, per il potere corrotto e decadente. Esiste quindi un legame, una continuità narrativa tra gli album?
Sì, in tutti e tre gli album appaiono riferimenti ricorrenti a luoghi e personaggi, ovviamente fittizi. Questa cosa non l’ho mai spiegata chiaramente, ma il personaggio di John L (o John Fifty, per cui L in numeri latini è il cinquanta, quindi Papa Giovanni Cinquantesimo, ndSA) è stato spesso scambiato per un re o un imperatore, ma in realtà è una visione distorta del Papa tremila anni nel futuro, con la Chiesa Cattolica caduta in rovina, e lui costretto a far proseliti in un tour mondiale, seducendo ragazzini, come se fosse un teen idol.
C’è un altro aspetto che mi intriga della vostra produzione artistica, ovvero questo costante riferimento geografico – luoghi e storie che si susseguono in essi. Se la musica dei Black Midi fosse un luogo, come la descriveresti?
La descriverei come il mondo di “Ada”, il racconto di Vladimir Nabokov che parte con una citazione modificata da Anna Karenina, ambientato in un 19esimo secolo alternativo in cui la Russia conquista gli Stati Uniti, tutto ha un nome diverso (continenti, oggetti, termini), dove si corre su macchine velocissime ma l’elettricità è illegale e l’energia è prettamente idrica. Amo queste realtà alternative, fantasiose sì ma realistiche, verosimili… mi piace pensare che Hellfire, così come Cavalcade e Schlagenheim (che è il nome di un luogo fittizio a tutti gli effetti, ricorrente nei testi, ndSA) siano ambientati in un mondo parallelo simile a quello evocato da Nabokov.

Di luoghi non fittizi ne avete visti tanti, soprattutto grazie ai lunghi tour che avete intrapreso. Hai qualche ricordo da condividere, qualche aneddoto particolare?
Al termine del nostro primo e lungo tour americano, abbiamo distrutto il van con cui spostavamo gli strumenti e parte della crew. Ci siamo fermati nel deserto (non specifica quale, ndSA) e l’abbiamo demolito pezzo per pezzo con delle mazze da baseball. Specchietti, vetri, paraurti, portiere. Tutto. È stato molto terapeutico e catartico.
Poi ne ho un’altra, di storia: prima di esibirci a questo festival in U.K., ci siamo imbattuti in dei mimi. Girellavamo nei dintorni, bevendo qualcosa – le solite cose che fai prima di un concerto, insomma – e questi tre tizi ci hanno colpiti, ci è venuta un’idea: perché non portarli sul palco con noi? È stata dura contrattare: i tipi non parlavano – erano mimi, in fondo. Ho chiesto a uno di loro: “Dammi il tuo numero”, e anche, “Quanti soldi possiamo offrirvi?”, ma questo rispondeva soltanto contando con le dita. Alla fine siamo riusciti a convincerli, e la performance è stata eccezionale (con loro che facevano i classici numeri, tipo la porta, le scale, il vetro etc.), tanto che ci è venuto in mente di ricontattarli per un’altra data, scoprendo poi che erano tre insegnanti di una vera e propria scuola di mimi. Il successivo live che abbiamo fatto con loro è stato ancor più bello, perché hanno coinvolto tutti gli studenti – circa 50 persone, tra insegnanti, ragazze e ragazzi, persino bambini. Due live che non ci scorderemo.
E poi ci siamo divertiti tanto: negli Stati Uniti siamo stati spesso invitati a una festa delle confraternite universitarie, assistendo alle stesse scene che vedi nelle commedie o negli slasher movies, o nelle rom-com: gente presa per i piedi e costretta a bere da damigiane di birra, beer-pong, dj set con musica trash sparata a tutto volume. Abbiamo provato a entrare per caso, chiedendo di Jack. “Jack chi?”, “Dai, Jack! Siamo tutti amici di Jack!”. Alla fine siamo entrati. Basta essere amici di Jack.
