Album

Nursery Cryme

12 Novembre 1971 prog

Qualcuno sostiene che il terzo disco sia quello della maturità. Anche se non spiega perché. Il 12 novembre 1971 arriva nei negozi di dischi Nursery Cryme dei Genesis. Il quintetto londinese aveva fino a quel punto inciso From Genesis To Revelation (1969), un album acerbo per giunta edulcorato dal pesante maquillage orchestrale voluto dal produttore Jonathan King, e Trespass (1970) che in un solo anno aveva sancito quanto ampi apparissero i margini di miglioramento di questi ragazzi e di come scommettere su di loro per il futuro fosse tutt’altro che un azzardo.

Nursery Cryme è il terzo disco dei Genesis che cambiando formazione aggiungono quei due elementi – Steve Hackett alle chitarre e Phil Collins alla batteria – che determinano la quadratura del cerchio e daranno la spinta finale per coniare un lustro, mese più mese meno, gravido di una manciata di dischi che sono e resteranno imprescindibili per fissare meriti e glorie del Progressive rock. E la verità che racconta Nursery Cryme è che i Genesis sono maturi, al massimo della forma, ma tutt’altro che paghi dei risultati di un disco che annovera tre brani, in sostanza mezzo disco, che diverranno favoriti dei fan e trampolini di lancio per composizioni sempre più articolate, magnifico esempio di armonia, melodia e ritmo che forse nessuna altra band di Prog rock è riuscita a fondere con la stessa naturalezza. The Musical Box, alla cui scrittura aveva contribuito in maniera massiccia Anthony Phillips che aveva lasciato per problemi di salute, una favola noir dai contorni vittoriani; The Return of the Giant Hogweed tra scienza e fantascienza (riportando alla memoria Il giorno dei Trifidi dello scrittore inglese John Wyndham, da cui venne tratto un film di successo nel 1963 che i ragazzi potrebbero avere vsito); The Fountain of Salmacis che prende spunto dalla storia di Salmace ed Ermafrodito narrata da Ovidio nelle Metamorfosi, sono “spiritate” di una carica elettrica che fino allora era mancata, merito proprio di Steve Hackett che introduce la tecnica chitarristica del tapping poi (ri)scoperta e resa universalmente famosa da Eddie Van Halen, e della esuberanza ritmica del mancino Collins che inoltre canta da lead vocalist la fragile For Absent Friends generando un fake che durerà negli anni (“Collins canta come Gabriel” semplicemente perché quasi nessuno aveva fatto caso che il batterista spalleggiava Gabriel e aveva cantato da solista, e che i due avevano voci totalmente differenti).

Il resto per fare grande il disco lo mettono soprattutto Tony Banks che alle già note abilità mostrate a piano e Hammond aggiunge il Mellotron – il lirismo di Seven Stones, quasi una tela sonora dai colori di William Turner ne è vertice espressivo di rarissima intensità –, Peter Gabriel che ha arrochito la voce e saltabecca da un personaggio all’altro con teatrale dimestichezza – Harold the Barrell, istrionico siparietto in stile vaudeville che sa di Monty Phyton, compagni di label dei Genesis, in questo senso è una pietra miliare -, e infine Mike Rutherford che si adopera al basso e alla 12 corde acustica senza pretendere ruoli da primadonna che rovineranno gli equilibri come farà in futuro. La ciliegina sulla torta la pone Paul Whitehead, realizzando una copertina gatefold (avanti e retro completano l’illustrazione) basata sui personaggi di The Musical Box e diventata iconica. Perché è difficile che un disco in vinile capolavoro, e il mondo dei Genesis in particolare, si concluda con quello che racconta il vinile.

Su SA l’approfondimento di carriera dedicato ai Genesis è di Andrea C. Soncini.

Tracklist
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Discografia
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  • 1 The Musical Box
  • 2 For Absent Friends
  • 3 The Return Of The Giant Hogweed
  • 4 Seven Stones
  • 5 Harold The Barrel
  • 6 Harlequin
  • 7 The Fountain Of Salmacis
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