Recensioni

Il fascino del male, la lussuria, lo stoicismo del gangster, controverso spietato ma irresistibile, il materialismo più sfrenato, lo sfarzo, l’ostentazione. Gli ingredienti continuano a essere questi. Mescolali con la sofferenza, il cinismo cronico e irreparabile di chi a pistole e collanoni affianca pur sempre rimpianti e cicatrici. Poi spruzza ovunque il minimalismo elegante, levigato, impareggiabile del producer con la p maiuscola in campo “street rap”, The Alchemist. Affiancalo a uno dei rapper più coinvolgenti degli ultimi 10 anni, uno dei più autentici e tecnici che abbiamo sul mercato, per molti la più fedele reincarnazione di 2Pac per flow e tematiche, sir Freddie Gibbs. Ciò che ottieni è il sequel puntuale, ispirato, fascinoso, di uno dei dischi più apprezzati dell’hip hop contemporaneo. A 5 anni dal suo predecessore candidato ai grammy, Alfredo 2 ripercorre così il red carpet luccicante steso dal primo capitolo.
Torna su una tracklist equilibrata la controparte del sogno americano, la pursuit of happiness machiavellica di Gibbs, tra sangue, polvere da sparo, opulento materialismo e sostanze, con un’attenzione nuova a temi orientali come l’ikigai (la ragion d’essere nella filosofia nipponica), yin (criminalità, strade, consumismo) e yang (purificazione, pace interiore, cielo), l’isolamento, l’arte della guerra ecc…. È il fascino contraddittorio del Giappone, nel buio di una Tokyo misteriosa e senza scrupoli e nel silenzio religioso dei templi buddisti, che rapisce e tradisce i due protagonisti, sollevando il più classico dei dubbi amletici da ex-uomo di strada: uscire dalle tenebre, come allude un’esoterica A Thousand Mountains (“I should go get me a flute and just disappear in the mountains”), o crollare nei vizi più materialisti e sanguinosi (“Yellow Rollie, rose-gold Patek, I’ve got some lavish habits” chiude Lavish Habits).
La tracklist, meno clamorosa e costante rispetto alla mezz’ora quasi perfetta del primo capitolo, riesce a riservarsi luminosissimi picchi, dall’intro (1995), gloriosa, ammaliante, perfetta nei flow, nei campionamenti, nella struttura a climax, all’outro (la sopracitata A Thousand Mountains, nei suoi flauti serpeggianti): la paranoica Ensalada, tra lacrime, sudore, redenzione, flow da MVP e un Anderson Paak da 10 e lode nel ritornello (“Help me get away from this God forsaken place I’m in”) I Still Love H.E.R, dedica soulful all’hip hop, che cita Common e la sua I Used To Love H.E.R. (“Homies said this shit was hectic, that bitch get full of pressure, I don’t care what none of y’all say about her, i still love her”), Gold Feet, scarna, tagliente, gelida, con una strofa all timer di JID, tra incastri sconvolgenti, allitterazioni e continui cambi di flow da pelle d’oca.
Senza sperimentare o stravolgere le carte in tavola, Freddie Gibbs sforna un altro lucido manifesto di street poetry. Il JAY-Z dei primi dischi, 2Pac, la spietata freddezza di Big L, il Biggie più ostentatorio, ma anche il microcosmo Griselda, le pieghe paranoiche di Scarface e il calderone underground dell’ultimo decennio (Roc Marciano, Currensy…), frullati nel carisma del volto più riconoscibile e costante del gangsta rap odierno. Ah, giusto: ancora non si capisce come The Alchemist riesca a sfornare 5 album all’anno senza frenare minimamente l’ispirazione, creatività e gusto estetico/sonoro. I giochi sono fatti, e che sia ramen o pasta, Alfredo vuol dire opulenza e rimpianti, racconti di strada e retorica spirituale, ma soprattutto vuol dire grande rap, grandi strumentali, grande musica.
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