Recensioni

Non accenna a rallentare il ritmo Freddie Gibbs, che a solo un anno dall’ottimo Bandana in tandem con Madlib torna già con un nuovo progetto. Il compagno di merende assoldato per l’occasione è The Alchemist, con cui Gibbs aveva già lavorato per Fetti (album collaborativo con Curren$y del 2018).
Il mood è il solito in cui Freddie sguazza da sempre: ice & cocaine, scene di strada e riflessioni acute che da lì muovono. Mai troppo autocelebrativo, sempre diretto e tecnicamente strabiliante: Gibbs ha trovato la sua via e la abita stabilmente da parecchi dischi in grande stile. Questa volta le produzioni prendono un piglio più laid back e rilassato: vedi i languidi lick di chitarre soul in Something to Rap About con Tyler the Creator, con acuti twist che esplicitano il senso del titolo («God made me sell crack, so I’d have something to rap about»). A volte si spazia anche, come nelle arie da villain di qualche fumetto dimenticato di Frank Lucas, con un sulfureo Benny the Butcher che firma diverse barre decisamente gustose («It was either law school or dog food»). Il binario comunque è chiaro e ben tracciato, e non ce ne sia allontana mai troppo. Freddie continua a tratti a sembrare la più credibile reincarnazione di Tupac: sentire le serratissime strofe di God Is Perfect (forse il pezzo più esaltante in scaletta) per credere, e va benissimo così.
I suoi album sono ormai diventati un appuntamento fisso che torna ogni 12 mesi, pronti a reclamare un posto nelle solite classifiche di fine anno. Si portano dietro la certezza di una qualità che oscilla sempre tra il molto buono e il grandioso, costantemente dieci spanne sopra la media e a un passo dal capolavoro. Una perseveranza creativa che ormai potrebbe sembrare quasi scontata, ma non lo è affatto.
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