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7.4

«Un calcio nei denti va bene per qualcuno, un bacio con un pugno è meglio di niente», cantava quasi quindici anni fa una Florence Welch con un piglio che sapeva tanto di semi-ubriachezza. Florence, la persona dietro Florence and The Machine, può addirittura “vantarsi” di essere stata catapultata nell’Olimpo dei grandi dopo che fu notata dal suo manager Mairead Nash mentre cantava sbronza in un night club. Oggi, l’eterea diva dai capelli rossi festeggia otto anni dalla fine della dipendenza da alcol e di pugni e baci non vuole praticamente sentirne più parlare. La carriera l’ha portata verso direzioni differenti: la grandiosa catarsi collettiva, la sensualità corporea, la mitologia greca, il biblico melodrammatico. Un’operazione che è coincisa con un sottrarsi lentamente dal culto di sé in favore di una ritualità purificatrice. L’intimo che diventa collettivo, i riti dionisiaci simbolo di una forza vitale che trasuda sensualità sono gli elementi che l’hanno salvata. Da se stessa in primis, ma anche da una carriera musicale omologata a figure ben più strutturate come Kate Bush, Amy Winehouse, Adele, ecc.

Da qualche parte nel passaggio fra How Big How Blue How Beautiful e High As Hope, la cantante inglese ha scoperto che la risposta al sentimento oppressivo della contemporaneità, al suo malcontento privato, alle sue nevrosi, risiedeva nella corporeità. Già nel video della title track di How Big... la posa studiata lascia il posto alla danza improvvisata. In quei movimenti apollinei c’è la libertà. L’estasi da trovare dentro di sé risiede nei movimenti del corpo. Quanto più questi sono pronunciati tanto più l’ebbrezza, l’esaltazione risulta veritiera. High As Hope è solo il passaggio successivo verso dei ritmi tribali che rielaborano i traumi del passato dialogando con i Seventies e non sdegnando la sperimentazione.

Dance Fever, quinto album in catalogo, è il punto più alto di questo percorso euforico iniziato nel 2015. Con il pianeta in lockdown e abituata ad emettere le sue radiazioni su una folla, Florence è costretta ad accentuare l’intensità del suo mondo interiore. L’estasi, la perdita della prossimità, l’euforia del movimento hanno fatto scaturire in Florence la necessità eterea di riprendere il controllo della propria narrazione. I confini di musica e danza sbiadiscono, annientando paure e perturbazioni, anzi rendendole fisiche, visibili affrontabili. Dopotutto, Dance Fever è l’album più solare dei FATM dai tempi di Ceremonials. Anzi, proprio le sonorità dell’album del 2011 sembrano ritornare nel gusto per il pattern danzereccio, per la ballata mistica. Soprattutto, in Dance Fever, Florence sembra non aver più paura di mostrare quel lato grandioso, barocco, melodrammatico che è – e sempre sarà – cifra stilistica del suo stile.

La produzione del pluripremiato Jack Antonoff non sommerge, ma valorizza. È bravo a non cadere nella tentazione di sovraccaricare gli arrangiamenti (come accade in Cerimonials), ma rispetta gli istinti magniloquenti dell’autrice. King, in questo senso, è un esempio calzante. Il crescendo roboante del finale è scandito, in maniera liturgica dai tamburi che sembrano chiamare in ballo il dark-goth di Pornography. Mentre (recentemente) in Lorde e Lana, il tocco del luminare americano era fin troppo evidente, l’imprinting di Welch è qui certamente il centro della scena. Free, culmine del cammino luminoso post-depressione di Florence, richiude un cerchio cominciato sui palchi dei più grandi festival. Estasi, suoni liberatori e un ritornello antemico alla Springsteen esaltano i poteri sativi della danza.

Danza intesa come propulsione dell’intero disco. Concepito attorno alla coreomania, un fenomeno rinascimentale in cui gruppi di persone ballavano selvaggiamente fino allo sfinimento, al collasso e a, volte alla morte, Dance Fever è un po’ l’equivalente sonoro del film Midsommar di Ari Aster. Un horror pieno di luce e in cui i massacri avvengono addobbando le vittime di bellissimi orpelli. Le vittime, in questo caso, sono i fantasmi del passato, le ansie del presente, gli attacchi di panico e le angosce della contemporaneità. Accanto ai richiami folk spensierati (Girls Against God) in cui Florence si prende gioco del suo stile di 15 anni fa («I listen to music from 2006 and feel kind of sick / But oh God, you’re gonna get it / You’ll be sorry that you messed with this»), ritornano i gospel blues eleganti (Dream Girl Evil) in pieno stile Seventies. Impeto e sensualità, veemenza e meticolosità, sperimentazione e classicità, Dance Fever mette in scena gli aspetti più lunatici del carattere di Welch.

Mettere in scena è anche il ruolo del coreografo. La coreografia è danza, teatro. È impossibile aspettarsi da questo disco la sincerità intimista dei due precedenti. Ma l’operazione di guardare la musica con occhio più coreografico è genuina. Ed emerge bene tanto nell’orgiastica mitologia di Cassandra (che parte come un brano di Lungs, passa da Kate Bush e si conclude con un finale appeso fra Cocteau Twins e Enya) quanto nella terrena e folkloristica Heaven Is Here, più una formula di stregoneria che una vera e propria canzone. Il tocco di Dave Bayley dei Glass Animals, produttore aggiunto di alcuni brani dell’album, è lampante nella teatrale Daffodil (un siluro di synth tribali, percussioni ossessive e atmosfere quasi trip hop) ma soprattutto in My Love, pezzone da dance-club all’altezza (se non superiore a) di Spectrum o Sweet Nothing (quest’ultima nata da un feat. con Calvin Harris).

Dance Fever ha molti pregi. Non ultimo quello di contenere un pugno di canzoni (Free e My Love su tutte) che rappresentano le hit più sicure messe a segno dai FATM dal 2011 a questa parte. Avvalendosi di Bayley e Antonoff, la band è riuscita a tenere a bada scossoni stilistici troppo evidenti, seppure sia difficile trovare un unico filo conduttore nell’album. Il concetto di danza come catarsi, poi, non è certo rivoluzionario, anche se Florence non sembra proporlo con un’attitudine saccente. Florence and The Machine guardano al passato, dialogano con i primi due dischi con una nuova, più matura consapevolezza.

La gioia spettrale di Dance Fever è tanto un momento di epifania (sia musicale che narrativa) quanto un’occasione per porsi delle domane. Una di queste, senza risposta, è quale sia la direzione giusta verso cui puntare per non perdere lo slancio acquisito.

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