Recensioni

In realtà a Firenze Patti Smith c’era e c’è stata spesso, anche pochi mesi fa ad inaugurare la mostra dedicata all’amico Mapplethorpe; ma questa settimana di eventi e celebrazioni fa riferimento ad un momento preciso, ossia a quando nel 1979, con una data qui e una a Bologna, la poetessa punk pose fine all’embargo nei confronti dell’Italia da parte dei grandi nomi del rock (spaventati perché all’epoca il caro biglietti veniva contestato, e capitava che i disordini conseguenti più che rovinare il concerto lo sostituissero).

La data fiorentina in particolare passò alla storia, non solo per i numeri (le cifre ballano, ma l’ipotesi più probabile è 70.000 spettatori), per la statura del personaggio e il suo rappresentare allora i tempi o perché fu un concerto lunghissimo e strano, ma anche perché fu la fine del Patti Smith Group: non ci furono disordini quella sera ma tensioni sì, che unite alla decisione di dedicarsi alla famiglia contribuirono a spingere la Smith verso il suo lungo ritiro dalle scene.

A 30 anni di distanza si ricorda quello che fu un evento vero con una settimana di celebrazioni culminanti in un reading a Palazzo Vecchio e nel concerto “normale” in Piazza S. Croce la sera successiva.

Quello che si celebra, in realtà, è l’amore della Smith per l’Italia, che il ’79 cementò: e benché in questa settimana Patti abbia passeggiato per il centro fermandosi a suonare dove capitava e guardando in faccia gli italiani odierni, la versione del nostro paese che ama è quella di Michelangelo e Dante, certo non quella triste di oggi.

Si dichiara commossa, infatti, di esibirsi in un luogo bello come la sala dei Cinquecento (“nemmeno al mio paese mi hanno fatto tanti onori”, dice ringraziando Firenze per l’ospitalità) in quello che più che un reading è un vero e proprio concerto acustico: pochi testi recitati (tra i quali People Have The Power e la Footnote To Howl di Ginsberg che su Peace and Noise era diventata Spell) per il resto canzoni, sulle quali suona anche un po’ la chitarra prima che Lenny Kaye e poi Tony Shanahan vengano a soccorrerla.

La dimensione acustica mette a nudo i pregi delle canzoni in scaletta esaltando l’essenzialità solida e miliare già degli originali (sarà un’idea vecchia di rock la sua ma bisogna saperle scrivere certe canzoni “semplici”, o tirare fuori un inno del tutto personalizzato semplicemente aggiungendo una propria poesia a un pezzo di Van Morrison, con tanti saluti alla presunta modernità di quell’hip-hop modaiolo che vorrebbe “riscrivere” campionando), anche grazie alla voce, cui il tempo ha sottratto due grammi di slancio in cambio però di profondità e padronanza espressiva.

Il tempo limitato di una serata, poi, permette di lasciare fuori dal quadro la parte non proprio imperdibile della sua storia (unica eccezione una Helpless anonima come sullo sfocato Twelve) presentando la parte migliore del suo canzoniere: classico nelle particolarmente adatte Ghost Dance e Pissing In A River e in Because The Night e Dancing Barefoot che non perdono forza neanche unplugged, ma anche del post-rientro: tra le altre, aperta con un’improvvisazione poetica su Firenze più cartolinesca la prima sera efficacemente accorciata la seconda, My Blakean Year (2004) conferma nel gioco di parole del titolo e in questo contesto che per lei il ’79 non dev’esser stato facile davvero. Dopo una passeggiata tra il pubblico su Dancing Barefoot, per il finale viene chiamato sul palco anche Jay Dee Daugherty, non tanto per suonare (la batteria non c’è) quanto per invitare tutti al concerto elettrico dell’indomani.

Il caro biglietti non si contesta più, e anche trent’anni fa il prezzo era stato tenuto basso per evitare problemi; ma nel dubbio, il reading a Palazzo Vecchio era gratuito e con 12 proletari euro si entra nel set altrettanto splendido di piazza Santa Croce, dove la spesso trascurata dal vivo Frederick apre le danze in continuità col ’79, confermando la buona ispirazione della serata precedente (ma anche che il pezzo è ben più che un semplice tentativo di bissare Because The Night).

Oltre ai tre della sera prima, in organico c’è l’amico di sempre Tom Verlaine, il quale si scalda sui brividi dell’incantesimo di Birdland e su una Beneath The Southern Cross meno intima rispetto a Palazzo Vecchio ma gratificata dalla maggiore varietà strumentale.

Il gruppo si rivela duttile, scambiandosi gli strumenti a seconda delle necessità del momento (il basso in particolare tocca per lo più a Shanahan in alternanza col piano, ma anche a Verlaine e Kaye e, nella citata Birdland, a Daugherty); ma soprattutto in forma superlativa nel sostenere quella classe con cui la Smith, nei momenti migliori della sua storia, ha tenuto in equilibrio i dualismi tra poesia e punk, delicatezza della voce e furia del gruppo, raffinatezza dei testi e semplicità compositiva.

Evidentemente le piace recitare People…: anche stasera, prima di suonarla normalmente nel crescendo finale, la declama in coda a Peaceable Kingdom, così come ama le dediche (Wing per la Pivano, ad esempio).

Ma è il bis finale che trasforma quello che era stato solo uno splendido concerto in magia pura: apre My Generation grezza e sgangherata come nel (e come se non la suonassero più dal) ’75, tanto per sbattere in faccia all’Italia di oggi che la gioventù può essere vitalità e rivolta (alla quale Patti esorta) e non carne fresca da vendere in tv; ed è così che l’inno del rock come musica da giovani risulta credibile cantato da una 63enne la quale, per ribadire il concetto, nella stessa sera in cui in tv inizia X-Factor invita sul palco tale 12enne Nicola da Modena, pescato chissà come-dove-perché, a suonare la chitarra nel classico degli Who (con un’impostazione delle mani migliore di Kaye, a dirla tutta).

E, trainata da un Daugherty che a 57 anni suona con velocità, potenza e precisione da non credere, chiude una versione carrarmato di Rock’n’Roll Nigger, la cui ferocia viene trasfigurata dalla coesione totale del gruppo (al punto che Nicola è ancora lì, perfettamente inserito), il quale raggiunge momenti di trance nei quali una rozza cavalcata punk diventa un altro sublime.

E a quel punto celebrazioni e trentennali passano in secondo piano davanti ad un grande concerto (molto superiore a quello del ’79, tra l’altro, a detta di chi c’era entrambe le volte), una dimostrazione di vitalità ribadita, che fa quasi credere, a momenti, che le canzoni possano davvero cambiare il mondo: in caso, sono queste.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette