Recensioni

Non era certo il primo tentativo. Anzi, alla data del 1973 gli Who hanno in lista più concept album e opere rock che semplici raccolte di canzoni. A Quick One, per dire, loro secondo disco, del 1966, contiene il brano omonimo (in realtà A Quick One, While He’s Away) di oltre 9 minuti suddivisi in sei movimenti che Townshed in Live At Leeds presenta come mini-opera progenitrice di Tommy. L’anno seguente è la volta di The Who Sell Out, concept le cui canzoni sono collegate dalla finta messa in onda radiofonica di altrettanti posticci inserti pubblicitari. Il passo successivo è il mastodontico ed epocale Tommy che diventa opera teatrale nel 1970 per merito del corpo di ballo del Les Grands Ballets Canadiens, nel 1972 come produzione del Moore Theatre di Seattle – oltre a due date al Rainbow Theatre di Londra con gli Who insieme alla London Symphony Orchestra per lanciare la versione orchestrale del disco – e nel 1975 approda al cinema nella celebre versione diretta dal visionario regista inglese Ken Russell.
Peter Townshend, indiscusso motore della band e una delle menti più effervescenti espressa dal rock britannico di ogni epoca, si placa, per così dire, con Who’s Next del 1971. Ma anche lì confluiscono alcuni estratti di Lifehouse, altra mega-rock-opera che doveva essere il seguito di Tommy, ma abortita e fatta a brandelli finisce per saturare questo o quel disco a venire, e vedere infine la luce complessivamente solo nel 2000 sotto forma di box set a titolo di personale release del chitarrista.
Who’s Next è un album che sposta in avanti i “limiti” del suono degli Who e serve da trampolino di lancio per Quadrophenia: altro doppio vinile, altra rock opera, che nelle intenzioni di Townshend deve essere, e così sarà, più grandioso e più articolato concettualmente di Tommy, fino a quale momento “le colonne d’Ercole” in fatto di opera rock UK.
Se la parabola di Pinball Wizard nasce alla fine degli anni ’60, quando l’esplorazione sonora è obbligatoriamente soggetta a restrizioni imposte da più fattori – tecnologiche, di studio, rigidità compositiva –, Quadrophenia prende forma nel momento di massimo splendore del Progressive, una sorta di condono offerto al rock che in un colpo solo si sgravava dei vincoli imposti dalla scarsa lungimiranza dei discografici (ricorso ai singoli, brani concisi, orecchiabilità…) e al contempo spingeva i musicisti a superarsi in virtù della nuova tecnologia messa a disposizione dai ricercatori (Moog, ARP…), talmente mirabolante (per i tempi, oggi sembra archeologia) da permettere, volendo, l’espandere delle menti (e perché no delle coscienze) senza ricorso alle droghe.
Townshend, da musicista intelligente qual è, a questa nuova tecnologia si è aperto con avidità, ma si è fatto prendere anche dal nuovo afflato spirituale che sta scuotendo il mondo della contro-cultura e per molti musicisti ha preso la via dell’oriente. Baba O’Riley, una dei brani più belli e più noti di Who’s Next è dedicato al mistico Meher Baba morto nel 1969. In Who Came First, il primo album da solista pubblicato nel 1972, Townshend non lesina di tributare riconoscenza al guru indiano. “Era soprattutto il mio interesse per le cose spirituali e per le imprese artistiche che la band non riusciva ad accogliere senza prendersi gioco di me. Purtroppo molti critici musicali, anche se non tutti, erano uguali. Nessuno nella nostra squadra sembrava avere domande spirituali. Vedevano Meher Baba come uno scherzo”, ha raccontato il chitarrista. Who’s Next è l’album nel quale il leader della band londinese apre con decisione all’uso delle tastiere – sintetizzatori e sequencer, organo, piano – per ricorrervi in modo massiccio per realizzare Quadrophenia, con lo scopo da aumentare la dimensionalità del suono e raggiungere l’ampiezza, lo spessore, i chili dell’orchestra, potendo confidare sull’abilità da John Entwistle al corno francese già dimostrata in precedenza (Tommy).
Questa volta, ambisce Townshend, il disco non deve suonare come una rock opera ma come una sinfonia rock.
Per Roger Daltrey, John Entwistle e Keith Moon il 1972 è impiegato in gran parte per la realizzazione di progetti che vanno dal disco solistico per bassista e cantante a progetti cinematografici per il batterista. La composizione del nuovo capitolo degli Who viene lasciata completamente nelle mani di Townshend che sta meditando una storia che ha radici nella realtà ma conosca al punto tale da coinvolgerlo personalmente. Nasce l’idea di tracciare il resoconto di un mondo giovanile che è andato perduto, travolto e sostituito da nuove mode che cambiano nell’estetica e nei comportamenti pur lasciando fondamentalmente, nei valori universali, le cose come stanno. Un romanzo di formazione in musica che porta Jimmy, il protagonista, a prendere coscienza – the real me – attraverso il superamento di prove, l’accumulo di ferite, la capacità di resistere fino al loro rimarginarsi a fronte dell’unica altra soluzione, cioè soccombere mentalmente e forse fisicamente, morire prematuramente. Un viaggio iniziatico che, come dicevano i latini (ad astra per aspera) conduce alle stelle (Love Reign O’er Me) attraverso la sofferenza (gli scontri fra band, la musica, il sesso, il tradimento, l’incomunicabilità coi genitori).
Quadrophenia ovvero un percorso lungo quattro facciate in vinile per uno schizofrenico dalle quattro personalità. Ma non solo, perché nelle intenzioni della MCA americana il disco doveva essere quadrifonico per lanciare in pompa magna il nuovo formato che Ron Nevison, il fonico, ha descritto così: “Doveva essere il passo successivo allo stereo. Ma era un mucchio di merda”.
Il disco è stato registrato tra i Ramport Studios che la band aveva allestito nello spazio di una vecchia chiesa (oggi utilizzato come ambulatorio medico) in Thessaly Road, Battersea (a poche centinaia di metri dalla iconica Battersea Power Station immortalata dai Pink Floyd sulla copertina di Animals), ma non ancora ultimato; lo studio mobile a 16 tracce di Ronnie Lane (seguace di Meher Baba e amico di Townshend) stipato in un trailer Airstream; e lo studio personale (ne aveva due) del chitarrista realizzato a casa sua (ma anche Entwistle ha registrato il corno francese a casa sua con l’ausilio di un fonico personale).
Ha raccontato Ron Nevison, il tecnico del suono, che “Pete era davvero appassionato di sintetizzatori. L’ARP 2500, che ha utilizzato esclusivamente durante le sessioni di Quadrophenia era un sintetizzatore modulare. Non l’ha mai portato in studio. Lo teneva a casa. Non potevi spostarlo. Non potevi mantenere i suoni. Non puoi fare clic su un pulsante e mantenerlo. Poi diventava stonato, quindi avresti dovuto accordare tutti gli oscillatori. È stato un enorme dolore nel culo. Quindi Pete lavorava di notte registrando febbrilmente queste cose sulla sua 16 tracce. Questo perché voleva usare le ore e le ore e le ore di sintetizzatore che aveva inserito in questi demo, perché non c’era modo che potessimo dedicare tutto il tempo di cui aveva bisogno per le parti del sintetizzatore”.
Nonostante il “fattore nostalgia” che edulcora ogni cosa, registrare in epoca analogica – tra nastri da tagliare e ricucire, tracce da sovrapporre, nel caso di Quadrophenia tutti gli effetti ambientali registrati in esterni e le voci a parte oltre quelle dei componenti della band – era una via crucis. Un procedimento dai contorni artigianali, certosino, da orafo e allo stesso tempo immane da Sisifo: pensare a un disegno talmente grandioso quanto Quadrophenia portato a compimento in questo modo tratteggia un quadro epico. Quasi mai si pensa al lavoro che c’è dietro alla realizzazione di un disco, soprattutto quando questo ti spara in un’altra dimensione appena calata la puntina sul vinile, come l’album degli Who. Tra i cui flutti della prima canzone, I Am The Sea, registrati in Cornovaglia con lo studio mobile di Ronnie Lane, vengono a galla i refrain salienti, e ricorrenti, dell’opera; così come accade in Quadrophenia e The Rock, quasi dei rondò alla turca mozartiani.
Tra le nostalgie di Cut My Hear e Sea And Sand, gli intermezzi acustici di I’m The One, il classicismo di Helpless Dancer, le staffilate rock’n’roll e r&b di The Real Me, The Punk And The Godfather, I Have Had Enough e 5:15 (pubblicato come primo singolo senza troppo scalpore); dal pub rock di Drowned al sorriso sarcastico di Bell Boy (è Keith Moon a gigioneggiare al microfono), dalla insofferente Dirty Jobs alla evocativa Is It In My Head o all’arrembante Doctor Jimmy, mini-opera riassuntiva nell’opera, il cammino di Jimmy, doloroso ma catartico – il canto del cigno per una “tribù” giovanile inglese ai titoli di coda – si conclude sullo scoglio di The Rock. Dove, tra le acque che ricoprono la Terra – da cui è sorta la vita – e vanno mischiandosi a quella che piove dal cielo – simbolo di rinascita – Love, Reign O’er Me appone il sigillo del capolavoro. “Only love can make it rain”.
“Non è una storia, è più una serie di impressioni di ricordi”, spiega Townshend a NME quando l’album è appena pubblicato. “La vera azione è che si vede un ragazzino su una roccia in mezzo al mare e tutto questo spiega come ci è arrivato. Ecco perché ho usato gli effetti sonori: per creare l’atmosfera. Alcuni ho cercato di manipolarli in modo impressionistico. È una cosa nuova per me e non sono particolarmente bravo, ma sono contento di averlo fatto”. Accompagnava il disco, nella sontuosa copertina gatefold tipica dei giorni di maggiore splendore del vinile, un corposo libretto di 44 pagine in formato LP interamente dedicato, a parte un paio di testo, alle foto in bianco e nero scattate dal fotografo americano Ethan Russell.
Prive di didascalie o qualsivoglia testo esplicativo: in sella allo scooter con alle spalle l’incombente Battery Power Station, in casa coi genitori “distanti”, al pub a giocare a flipper con gli altri della cricca, al lavoro come netturbino, in giro a fare danni, di fronte al Hammersmith Odeon il 24 agosto quando suonano gli Who (sold out), sulla spiaggia, in barca, naufragato su The Rock… Jimmy (un ragazzo di nome Terry “Chad” Kennett che Townshend aveva “scoperto” in un pub di Cecily Street vicino allo studio) era il l’anti-eroe, icona rappresentativa del mondo mod che svaniva in quel tono grigio da nebbia londinese.
Un disco ambizioso: uno dei cliché favoriti della critica. Un disco ambizioso, Quadrophenia?
Oggi ambizione vuole dire fare il predatore dell’arca del profitto, fare carriera, calpestare gli altri. Nel 1973 l’ambizione di gente come Pete Townshend o Peter Gabriel riguardava il concetto di portare a un livello più alto la loro arte. Così come per The Lamb Lies Down On Broadway e i Genesis un anno dopo, critica e pubblico faticarono a comprendere e recepire il nuovo doppio album degli Who. Soprattutto dal vivo. I fan volevano sentire le canzoni di Tommy o l’immediatezza di My Generation o I Can’t Explain. Sul palco c’erano anche oggettive difficoltà dovute ai nastri usati per supportare la complessità del disegno sonoro che non poteva essere esaurito da soli quattro musicisti.
Il 5 novembre, durante il primo di tre concerti di fila al cinema Odeon di Newcastle, gli Who sono nel bel mezzo dell’esecuzione di Quadrophenia. Dopo circa un’ora di musica i nastri che devono supportate 5:15 sono in ritardo di 15 secondi. Nonostante abbia cercato di non reagire ai segni di smarrimento e inquietudine del pubblico, per Townshend è troppo. Si incammina in direzione di Bob Pridden, il responsabile dei nastri, lo agguanta per la collottola e lo scarica sul banco di missaggio che si trova in fondo al palco. Poi afferra la chitarra come fosse una mazza per scardinare il pavimento, cosa già vista, ma questa volta non si ferma lì: infierisce sul mixer e strappa i nastri preregistrati. Se ne va dopo avere insultato il pubblico incapace di comprendere. Seguito dopo qualche attimo di imbarazzo da Daltrey, Moon, Entwistle. La band si ripresenta 20 minuti dopo, non suonando più nulla di Quadrophenia. Chiude lo show con My Generation, poi Townshend farà ancora scempio di chitarra e amplificatore. Meglio avercelo per amico, il rissoso, irascibile braccio-rotante-di-ferro Pete.
Era la reazione al picco di frustrazione dovuto a un lavoro titanico – dal risultato strepitoso – che molti sembravano faticare ad assimilare, critici compresi. Who compresi: il più collaborativo si dimostrò John Entwistle, gli altri erano perplessi, ha ricordato il chitarrista. Alla fine di febbraio del 1974 gli Who avevano smesso di eseguirlo in toto. “L’intera faccenda fu un disastro” si rammaricò Townshend.
Ci avrebbero riprovato 22 anni dopo e le cose sarebbero andate molto meglio. È la maledizione che sembra ammantare le opere (e le persone) troppo in anticipo sui tempi, oppure troppo sofisticate per essere apprezzate da chi, in massa, ha bisogno di una emozione immediata, senza altri piani di lettura che non quello che si coglie a prima vista.
Si misero di traverso anche fatalità indipendenti dalla volontà o dal merito della band. In Italia li abbiamo vissuti come gli anni della “austerity”, ma nel Regno Unito le vendite iniziali di Quadrophenia stentarono a decollare per la penuria di vinili pressati, causa l’embargo petrolifero dell’OPEC che significava un numero di copie limitato disponibile in negozio. Molti fan dovettero aspettare la fine del tour e novembre. A quel punto il disco scalò velocemente le classifiche fino a raggiungere il n. 2 in patria e guadagnare il Disco di platino negli Stati Uniti nel giro di due giorni dall’uscita, secondo in classifica solo a un altro inglese, Elton John con Goodbye Yellow Brick Road.
Il tempo ha spazzato ogni dubbio. Chi altri in quegli anni riusciva a produrre tre lavori di fila della portata di Tommy, Who’s Next e Quadrophenia?
Nel 2008, durante lo show per l’assegnazione dei Kennedy Center Awards, mentre la cantante Bettye LaVette cantava Love Reign O’er Me, secondo singolo estratto da Quadrophenia restato inspiegabilmente a distanza siderale dalla Top 10 su entrambe le sponde dell’Atlantico, Barbra Streisand ha accarezzato una guancia a Pete Townshend chiedendogli: “hai davvero scritto tu quella canzone? È bellissima”. Barbara Streisand.
May love reign o’er us.
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