Recensioni

Una decina d’anni fa, era giugno o luglio, sono andato a vedere gli Shellac in una pizzeria poco fuori Catania. Sono queste quelle cose della Sicilia che fanno impazzire i turisti (e anche i nativi), il gruppone di culto nel posto che non ti aspetti, Todd Trainer che si mangia una pizza con le melanzane accanto alle famiglie con bambini e poi si alza, si pulisce il muso e va a suonare My Black Ass. Va detto anche che il posto non era proprio una pizzeria, faceva anche da pizzeria, erano i Mercati Generali, uno dei luoghi storici della musica della Sicilia occidentale. Ma c’era la pizza, c’erano le famiglie, suonavano all’aperto e a ridosso di un muro tutto stonacato con attaccata la vite. Sembrava un agriturismo, una pizzeria di campagna, l’atmosfera era quella. Bellissima, cioè. Sia come sia, mezz’ora prima del concerto, Bob Weston si piazza al mixer, si mette a smanettare con le casse, mette e leva spinotti, smanetta con le spie e finisce, sudatissimo, giusto un secondo prima che attacchino gli Uzeda. Perché aprono gli Uzeda. E poi suonano gli Shellac. Il palco è un tappeto persiano, le band suonano al livello del poco-ma-buono pubblico. Uzeda e Shellac spaccano tutto quella volta. Un suono cristallino e pieno, così pulito e allo stesso tempo così denso che non solo ti entrava dentro ma proprio ci entravi dentro tu. Ok, c’erano Weston e Steve Albini a suonare e il loro cazzo di suono se lo saranno curato come gli pareva, ma il fatto è che mai più ho sentito un concerto così bene in vita mia. Il volume era alto, ma non assordante. La definizione del dettaglio sonoro una cosa da lente d’ingrandimento. Sembrava di ascoltare un potentissimo CD in cuffia, tutto sembrava in primo piano, il campo era profondo, a grana fine. Il culo mi si muoveva da solo. Saltavo perfino, io che di solito sono il cliché di quello che sta di lato con le braccia conserte o con la mano pensante sotto il mento.

Bene. Questa lunga premessa per dire che ogni volta che vado a un concerto mi lamento dell’amplificazione, perché ogni volta ce n’è una. E ogni volta penso a quella volta, alla pizza di Trainer, alle chitarre di Tilotta e di Albini che rilucevano di suono come una supernova di corde, di corde belle spesse, grosse così, belle vicine alle mie orecchie. Tutti gli amici con cui ho parlato o parlo di musica conoscono la storia della pizza di Trainer e di Weston, accaduta dieci anni fa circa, era il 2006 o 2007. La conoscono adesso anche gli amici con cui due sere fa sono andato a sentire Dweezil Zappa.

Dieci anni fa circa cominciava anche l’avventura più recente di Dweezil, il figlio maschio maggiore di Frank, alle prese con il repertorio del padre portato su palco, suonato dal vivo, sotto la sigla Zappa Plays Zappa. In dieci anni è successo di tutto, il catalogo di FZ è stato venduto alla Universal e Gail – “the Bitch”, secondo la definizione di Frank – è morta. Ho incontrato velocemente Dweezil prima del concerto (grazie allo scrittore Marco Drago, che poi è il primo responsabile della mia fissazione zappiana) e gli ho chiesto due cosine su quello che da qualche mese è l’argomento caldo per tutti gli zappiani, la “faida” con Ahmet, l’altro figlio maschio. La sua campana? Gail ha sempre gestito in maniera pessima il Trust zappiano e, alla sua morte, lui e Moon, cioè quelli che hanno passato più tempo con Frank e che con lui hanno suonato (Moon è la voce della Valley Girl smash hit datata 1982, Dweez ha fatto più di qualche jam chitarristica col padre), sono stati tagliati fuori dalla gestione di tutto ciò che fosse Zappa-branded. Non ci stupiamo troppo, sapendo degli sfaceli indegni che hanno combinato con Hendrix, temendo quelli che potrebbero fare con Prince, giusto per dire, ma – mal comune mezzo gaudio – diciamo che gli zappiani hardcore possono consolarsi un po’ sapendo di non essere gli unici ad avere sempre mal sopportato – eufemismo – la figura decisionista e probabilmente, semplicemente, non troppo competente di Gail. Abbiamo visto quanti secoli ci sono voluti prima che Roxy saltasse fuori. Abbiamo visto la valanga di pubblicazioni raschiabarile, miste a poche sparse chicche, che hanno inondato e ingolfato il catalogo ufficiale della zappografia.

Dweezil non fa sconti a nessuno, è calmo, ma fermo, e la dolcezza californiana così ben descritta da Massimo Bassoli in un passo del suo contributo sullo storico libro Frank Zappa domani traspare, ma non prende il sopravvento: ne ha le palle piene. Dweezil mi è sembrato quello che dice di essere: un figlio devoto che come eredità adesso ha praticamente solo la musica del padre e non vuole che nessuno metta il naso nella faccenda. Cosa che invece hanno provato e stanno provando a fare.

È la prima volta che lo vedo dal vivo, anni fa avevo molte riserve sull’operazione, poi un bel DVD mi aveva fatto ricredere e insomma aspettavo con ansia – come si dice – la prova del palco. Bene, già dopo le prime note del primo pezzo, five-five-FIVE, il lucido bordello chitarristico in 5 ottavi + 5 ottavi + 5 quarti che apre Shut Up’n’Play Yer Guitar, il pensiero corre alla pizza di Trainer e al sudore di Bob Weston. Ci sono solo due alte, altissime casse ai lati del palco a diffondere la musica dentro l’Auditorium. E non si sente veramente un cazzo. È tutto un unico impasto da cui emerge soprattutto la batteria, suonata da un tizio con la maglietta degli Iron Maiden. E si capisce perché: bravo, nel senso che sa suonare la batteria, è bravo, ma pesta come un dannato, non ha tocco, non ha sfumature, riempie tutto lui. E se l’ampli non è settata bene, questo è il male. La scaletta è stra-varia e passa in rassegna tanti momenti dello Zappa-mondo. Si va da Freak Out! (quest’anno sono 50 tondi) a Transylvania Boogie (da Chunga’s Revenge), da Lemme Take You to the Beach (parodia tanto della surf music, quanto della disco praticamente mai suonata live da FZ) a 200 Motels, dal suono affilato tardi-Settanta/primi-Ottanta (Catholic Girls, Doreen) a uno dei monumenti assoluti della produzione, cioè Inca Roads. Bene, peccato che i tanti elementi in gioco si sentano a spizzichi e bocconi. Un po’ non si sente la chitarra, un po’ non si sentono le tastiere, un po’ semplicemente il suono è quello di tuo cugino che sta suonando i Nirvana in garage. Peccato, perché quando – immaginiamo – qualcuno sistema le levette, quello che si sente si sente bene ed è bello. Holiday in Berlin è pulita, ben suonata, rispettosa e funziona benissimo. E che i pezzi siano tutti più o meno ben suonati lo capisce chi è malato di Zappa, chi conosce gli originali e conosce anche le versioni di ZPZ. Chiedo in giro se sono il solo, se siamo i soli, nella mia fila a sentire male. No. Cambio posto, mi sposto, giro per la platea, poi salgo in galleria, prima quella bassa, poi quella alta. Non sono il solo a provare la transumanza acustica, anzi, non ho mai visto tanta gente bighellonare e spostarsi durante un concerto a teatro (tutt’altro che gremito, per inciso). Nisba, è sempre lo stesso impasto confuso e ingeneroso. A un certo punto, subito dopo l’esposizione del tema di Zomby Woof, che proprio un pezzo facile da suonare non è, Dweezil ferma tutto imbarazzato: “Non so cosa stia succedendo, ma non sentiamo più le tastiere, scusateci”. Mortificato, fa ricominciare la band daccapo.

Quello è il momento in cui la mia memoria fotografica più indulge sulla fumante pizza con le melanzane di Trainer e sulle solide robuste sapienti dita di Weston. Il suono va e viene, nel senso che a tratti si adombra finalmente quello che avrei, quello che tutti avremmo voluto, fin dall’inizio: semplicemente sentire bene se qualcosa veniva suonata male (per fare i professorini zappiani) e non, invece, sentire male qualcosa che quasi certamente stavano suonando bene (finendo col fare i fan feriti, per il motivo sbagliato).

Dweez ripaga la pazienza del pubblico jam su jam, fino a rispolverare addirittura Apostrophe, che in origine era un esercizio dell’effimero power trio Zappa-Jack Bruce (sì, quello dei Cream)-Jim Gordon (unsung drummer tra i più interessanti passato per le scuderie zappiane, adesso in carcere e per sempre perché un bel giorno, schizofrenico, ha accoppato la madre). Si chiude con Illinois Enema Bandit, e il rullante copre completamente il cantato, e si bissa con You Are What You Is, Keep it Greasey e Muffin Man, pezzo quest’ultimo amatissimo da molti zappiani – a me non piace – e a cui, per motivi anche filologici, avremmo preferito un Outside Now. Finisce tutto, Dweez pare emozionato e il pubblico si stringe attorno al palco, inevitabilmente, più per feticismo necrofilo che per genuina ammirazione del figlio chitarrista. Che, peraltro, tocca ammettere, è bravo, è pulito, a tratti anche brillante, ma in buona sostanza poco fantasioso, poco incisivo come musicista. È così, non si può che farsene una ragione, questo è oggi l’unico totem (di sangue) zappiano a portata di (stretta di) mano, ed è inevitabile che chi è venuto a consumare questa messa laica fuori tempo massimo chieda il suo trofeo.

Resta l’ammirazione sincera per Dweez, la certezza che lui e i suoi hanno fatto il loro dovere di musicisti e zappofori (menzione speciale per Scheila Gonzalez, tastierista, sassofonista, flautista e cantante straordinaria), e che nel 2016 un concerto in un Auditorium esteticamente splendido non può essere mortificato, quasi sabotato, da un’amplificazione inadeguatamente indegna.

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