Recensioni

Il 19 giugno 2015 la Zappa Records ha pubblicato il disco numero 100 della discografia ufficiale di Frank Zappa. Si tratta di un album di inediti per Synclavier – il campionatore-sintetizzatore che aveva monopolizzato l’attività di compositore del Nostro dalla metà degli anni Ottanta (i lavori più compiuti sono Jazz From Hell e Civilization Phaze III) – pensato come musica per un balletto di danza moderna (da cui il titolo) e che avrebbe dovuto vedere la luce già nel 1994. Per gli hardcore fanatics è ovviamente un must, per tutti gli altri decisamente meno. La musica per Synclavier di FZ è spesso ostica, ancora più strana delle sue freakerie Sixties e delle sue eleganti kitscherie pop anni Ottanta, altre volte generosissima. Qui, in ogni caso, siamo una spanna sopra Feeding the Monkies at Ma Mason (ne avevamo parlato nello specialone per il ventennale della morte), che difatti era una raccolta di lavori in corso (e che era ancora meno interessante del bootleg Resolver + Brutality, altra raccolta di prove, risalenti al biennio 1985-1986).
Nella title track, che ha un feel quasi da sigla da serie TV, sentiamo il canto dei tre throat singer mongoli Anatoli Kuular, Kaigal-ool Khovalyg e Kongar-ol Ondar – già protagonisti del mitico video, mai pubblicato ufficialmente, Salad Party – e quello che, a questo punto, è l’ultimo solo di chitarra registrato in studio da FZ. Segue Pachuco Gavotte, brano zappianissimo dall’incedere claudicante, che vive di piccoli accumuli di rumori di fondo e scoppi di percussioni. Wolf Harbor domina la scaletta: si tratta di una suite di mezz’ora circa, i cui cinque movimenti, tutti immersi in un’atmosfera densa e minacciosamente orchestrale, alternano focus diversi (il secondo e il quarto le percussioni, il terzo suoni d’acqua). In Goat Polo tornano i gutturalismi dei cantanti tuva e si affaccia quella che è forse l’ennesima criptocitazione del tema de La sagra della primavera di Stravinskij. L’incalzante Rykoniki sembra uscita direttamente da Jazz from Hell. Piano, tutto Synclavier in modalità pianoforte, appunto, riprende i modi di Ruth is Sleeping (da The Yellow Shark). Calculus, la cui struttura è basata su un algoritmo programmato dal fido Todd Yvega, è caratterizzata ancora dalle incredibili voci mongole ed è tutto un incespicare, un accelerare, un allungare.
Sul disco, con buona probabilità, suonano non accreditati anche Artis, il cucchiaiofonista, e Mats, il tastierista prodigio della band ultrafusion Mats/Morgan. La copertina cezanniana di Dan Eldon (fotogiornalista ucciso a Mogadiscio a soli 22 anni) è perfetta: è questa la musica pensata dall’ultimo Zappa, una specie di etnica apolide, pulitissima e in alta definizione, che mette assieme elettronica e calore umano, il tutto impaginato nel bricolage, anche serendipitico, che non è altro che l’altra faccia della mania per il controllo che costituiva la vera ossessione zappiana.
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