Recensioni

Che mestiere, quello di scrivere canzoni. Che poi, per Kevin Morby (e tutti quelli come lui), si è sempre trattato di un impulso naturale, una necessità: sette album in dodici anni li realizzi solo così, mentre intanto vivi, racconti e cerchi di capirci qualcosa di te e di quello che vedi. E allora cosa fare quando, a un certo punto, ti ritrovi ad essere uno dei più grandi cantautori americani in attività?
Perché è innegabile che con This Is A Photograph (2022) lo status artistico e autoriale dell’ormai ex punk rocker di Kansas City avesse raggiunto il proprio apice, nel naturale punto di arrivo di un percorso che, attraverso traiettorie sghembe, misteriose e apparentemente divergenti, sembrava aver portato proprio lì. Per capirci: lì dove una tua canzone (Beautiful Strangers) viene adottata e resa propria da una leggenda vivente come Mavis Staples. Già, cosa fare – qualcuno direbbe: how does it feel?
All’età di quasi quarant’anni e con un figlio in arrivo dalla compagna di vita e di arte Katie Crutchfield (Waxahatchee), all’autore di City Music e Oh My God non resta che… scrivere altre canzoni, in cui cercare, ancora una volta, di capirci qualcosa. Presentato come terzo capitolo di una trilogia involontaria che, oltre al citato predecessore, include anche Sundowner (2020), Little Wide Open va effettivamente a innestarsi in un flusso poetico i cui modi ed espressioni, pur mutevoli di disco in disco, ci appaiono ormai familiari, in una rielaborazione ed espansione di temi ricorrenti (il passare del tempo, i luoghi fisici, il viaggio – giusto per citarne tre).
A mutare è anzitutto il modello a cui si guarda, ovvero il cantautorato heartland più classico: se già un titolo come quello della traccia di apertura Badlands non può che rievocare Darkness On The Edge Of Town, quello – ossimorico – del disco e della traccia omonima pare contrapporsi al Great Wide Open cantato da Tom Petty, il cui Wildflowers non a caso è citato come ispirazione diretta a cui, durante la lavorazione, hanno guardato Morby e il produttore che stavolta ha voluto accanto a sé, Aaron Dessner.
Un nome che reca inevitabilmente con sé un discreto bagaglio di aspettative – e fondati timori, perché oltre che del chitarrista dei National (a cui il Nostro si era trovato a far da spalla, innescando la collaborazione in una dinamica non dissimile da quella messa in atto da Cut Worms e Jeff Tweedy in Transmitter, uno dei dischi migliori dell’anno in corso), stiamo parlando dell’uomo divenuto celebre per aver dato, con il suo stile riconoscibilissimo, credibilità indie al pop globale di Taylor Swift e Ed Sheeran.
Che, imboccando la stessa strada in senso opposto, Morby possa così cadere vittima di potenziali tentazioni mainstream è un (pre)giudizio pur legittimo che, volendo, si potrebbe smontare anche solo pensando a tutte quelle volte – una su tutte: Oh Mercy, con Bob Dylan e Daniel Lanois nei rispettivi ruoli – in cui la visione di un cantautore di un certo livello ha incontrato, con successo, quella di un produttore e musicista di altrettanto rango: il risultato, buono o cattivo che sia, non può prescindere da nessuna delle due parti.
Nel bene e nel male, Little Wide Open non fa eccezione. Perché da un lato la poetica non viene intaccata e l’autore, anzi, emerge in tutta la sua forza; dall’altro, il suono non può che risentire del collaboratore e del suo approccio ricercatamente massimalista, stratificato e, specie rispetto allo stile consueto di Morby, tradizionale.
Nello specifico, i testi conservano la suggestione e la mistica che sappiamo, in una visione lirica in cui posti reali (i calanchi del Midwest, i cieli d’oro del Dakota, gli spazi immensi in cui perdersi come scintille, le autostrade infinite – ricordate la Wide Open Road dei Triffids? – e le piccole cittadine della middle America), con un loro carattere e una loro specificità, si fanno metafora cosmica, fondendosi al vissuto e ai sentimenti.
Geografia fisica che diventa geografia dell’anima, in universo lirico coerente in cui perdersi e ritrovarsi di continuo, ruotando intorno a pochi concetti chiave che ricorrono in tutto il disco; il tutto con una maestria nella scelta delle parole, e delle immagini da esse evocate (una su tutte; le sirene dei tornado che armonizzano tra loro di Badlands), che solo i grandi possiedono, e sanno adoperare con naturalezza.
Se il rapporto con la paura della morte resta problematico (“Il tempo è un guidatore violento, e io sono seduto sul lato passeggero”, recita I Ride Passenger), rispetto al passato c’è accettazione, anzi gratitudine per essere ancora vivi (“Thank God that we didn’t die young”: invecchiare è una sorpresa, nell’inversione di un tipico topos della poetica morbyana, l’elegia funebre per chi è andato via troppo presto), inconsapevoli della propria fragilità come le farfalle che attraversano l’autostrada andando incontro al loro destino (Field Guide For The Butterflies).
Una crescita umana che, giocoforza, si riversa sul carattere della musica: a un tono tanto maturo e riflessivo corrisponde una inesorabile – e forse necessaria – addomesticazione verso forme convenzionali dell’americana (vedi il country classico, con banjo e fiddle d’ordinanza, di Die Young e Little Wide Open o il bluegrass di I Ride Passenger) unita a una quasi totale rinuncia al rock’n’roll (unica eccezione in termini di bpm, il pur non scintillante singolo Javelin) e, più in genere, al lato selvaggio della faccenda (dimentichiamoci una City Music, una OMG Rock’n’roll, una Rock Bottom).
Non che manchino momenti memorabili: il trittico centrale composto da All Sinners (evocativa ed emozionante come Sun Comes Up), Natural Disaster (flusso di coscienza Reed-iano impreziosito da un cameo a sorpresa di Lucinda Williams, punta di diamante in un ricco parterre di ospiti che vede anche Justin Vernon e Amelia Meath dei Sylvan Esso) e 100000 (cavalcata in crescendo tra i Wilco di Impossible Germany e, toh, i National più rumorosi), ma anche la filastrocca Junebug e le immagini di blues ancestrale della citata I Ride Passenger.
Il tutto però a fronte di un senso di normalità che, unitamente all’allestimento di Dessner (che sa essere croce e delizia, a seconda dei casi), dà a Little Wide Open un carattere ambiguo, sospeso, volutamente non assertivo o meglio, definitivo come le opere che lo hanno preceduto. Che sia comunque il preludio a un ulteriore salto, qualitativo o di popolarità che sia, non è dato saperlo. Di una sola cosa siamo certi: Kevin Morby continuerà a scrivere canzoni. Per fortuna.
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