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Per comprendere al meglio l’approccio fanciullesco, indomitamente speranzoso e ingenuamente “fuori sincro” di Disclosure Day nella filmografia di Steven Spielberg bisognerebbe un attimo tornare indietro di circa 24 anni. Abbiate pazienza, assecondatemi. In una sequenza di Minority Report il fino a quel momento integerrimo capo del programma Precrimine John Anderton interpretato da Tom Cruise scende nei bassifondi di una futuristica Washington D.C. che più sporchi, lerci e abbandonati non potrebbero essere. Contraltare delle bugie delle élite, che invece sognano di riportare l’ordine e di fare pulizia (e polizia) adottando una metodologia mai vista prima e probabilmente anche immorale. Anderton sprofonda letteralmente nell’oscurità (che conosce bene data la sua vita segnata da depressione e tossicodipendenza) per riacquistare la vista, nel caso specifico un nuovo paio di occhi, per sfuggire ai controlli elettronici sparsi per gli Stati Uniti del 2054. Vedere il mondo con occhi diversi, cambiare il proprio punto di vista (contemplare l’esistenza di un rapporto di minoranza) per leggere la realtà, che non è assoluta ed è sempre soggetta a diverse chiavi di lettura, poiché filtrata dall’essere umano (che è fallibile, finito).

Nel film del 2002, adattamento di un racconto di Philip K. Dick (ancora più pessimista e negativo nella sua lettura paranoica dello stato di polizia americano alle sue estreme conseguenze), Spielberg provava a restituire nella forma di una caccia all’uomo fantascientifica e iper-dinamica gli Stati Uniti di George W. Bush all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001, quando l’allora Presidente avviò una massiccia campagna di schedatura e arresti preventivi che prese di mira migliaia di immigrati, in gran parte di origine araba e musulmana, che vennero trattenuti dalle autorità federali per mesi. La caccia a Anderton, colpevole prima ancora di aver commesso alcun reato, rispecchiava non una oscura e pessimistica previsione di un futuro prossimo, ma il presente di quegli anni, che aveva assunto i contorni di quella società distopica che dominava gli incubi del celebre scrittore californiano. Pochi anni dopo, le paure di un attacco ritorsivo dopo le bugie conclamate di Bush Jr. sull’Iraq e lo spettro di un nuovo 11 settembre erano al centro delle paranoie dell’America ritratta ne La guerra dei mondi, mentre oltre un decennio dopo Spielberg virava la sua attenzione sui pericoli di una vita vissuta pericolosamente online e le insidie della nostalgia sul presente (sempre preferibile alla simulazione) nel divertissement Ready Player One (2018).

Emily Blunt in una scena di Disclosure Day, di Steven Spielberg

Questo preambolo sul cinema di fantascienza di Spielberg degli ultimi 25 anni per sottolineare quanto quello del regista di Cincinnati sia stato un approccio umanista al genere, perfettamente calato nel suo tempo e in grado per questo di entrare in comunicazione col presente e la realtà circostante, esporne le problematicità e fornire una chiave di lettura agli eventi drammatici che stavano accadendo praticamente in contemporanea. Andando ancora più a ritroso, persino nel 1977 di Incontri ravvicinati del terzo tipo, pellicola che viene spesso tirata in ballo e accostata a Disclosure Day per tematiche e stile narrativo (da Spielberg in primis), era evidente come il naturale slancio verso un ottimismo sconsiderato fosse naturale conseguenza della conclusione del buio politico rappresentato dal mandato di Richard Nixon e l’inizio degli anni di Jimmy Carter, il quale avrebbe riportato gli Stati Uniti sui binari della condivisione e dell’apertura, parente stretta della visione kennediana. Il contatto finale non solo era una lettura profondamente personale del suo autore che guardava con meraviglia verso le stelle, ma una dichiarazione profondamente politica che vedeva negli extraterrestri ciò che è sostanzialmente altro da noi ma nei confronti dei quali non bisognava avere un atteggiamento ostile.

Se guardiamo alla sua filmografia recente, l’ormai leggendario regista e produttore ha da tempo instaurato un legame affettivo, riflessivo e crepuscolare col passato, il suo e quello degli Stati Uniti d’America. Dal dialogo con la Storia (War Horse, Lincoln, Il ponte delle spie, The Post) a quello con il cinema e le storie che l’hanno profondamente influenzato (Il GGG – Il grande gigante gentile, Ready Player One, West Side Story e The Fabelmans). Da molti anni, Spielberg non è più interessato al presente, almeno non al punto da intervenire in maniera diretta e precisa sulla sua narrazione, ma ribadisce e rimette in scena un passato che difficilmente sarà in grado di fare ritorno. Un passato fatto di meraviglia e scoperta, di empatia e rinascita interiore, elementi che hanno pervaso le sue storie, dalle più scanzonate alle più sentimentali. È in questa precisa ottica che andrebbe inquadrato un tentativo d’evasione come Disclosure Day, non un grande film ma uno dotato di un cuore grandissimo; ritorno ingenuo e fanciullesco a un mondo ormai alle spalle. La quest che spinge Daniel Kellner e Margaret Fairchild ad andare fino in fondo non coincide, infatti, con un avvertimento, non è una riformulazione del classico “ve l’avevo detto” come monito sulle tante occasioni perdute e disattese dal genere umano in fatto di apertura fisica e mentale verso il diverso (con la guerra che oggigiorno sembra diventata l’unica costante certa della narrazione contemporanea).

Emily Blunt e Josh O’Connor in una scena di Disclosure Day, di Steven Spielberg

Disclosure Day è l’appello disperato di un regista che ha sempre fatto ricorso al suo bambino interiore per provare a comunicare gioia e dolore, spavalderia e divertimento, precauzione e voglia di lasciarsi andare, lutto e celebrazione. In maniera decisamente meno brillante che in passato (la scrittura di David Koepp appare piuttosto pigra e disimpegnata), la sua è una macchina in continuo movimento proprio come i due protagonisti della storia, che si fanno trascinare fino a diventarne improvvisamente il motore principale. Spielberg non ha bisogno di guardare ulteriormente avanti, quindi getta più di uno sguardo indietro: ci sono riferimenti più o meno espliciti a Duel, ai già citati Minority Report e Incontri ravvicinati del terzo tipo, così come a E.T. e al thriller investigativo di The Post, ma quella che abbiamo davanti rimane essenzialmente una fiaba, con protagonisti che non hanno bisogno di molte spiegazioni e caratterizzazioni (e questo è un grande peccato), un antagonista monodimensionale che svolge esclusivamente la sua funzione prima di dichiararsi sconfitto (il “traghettatore” Noah Scanlon di Colin Firth simile al Nolan Sorrento di Ben Mendelsohn di Ready Player One), un elemento magico in grado di spianare la strada (il dispositivo alieno rubato da Kellner nell’incipit e utilizzato in modo molto conveniente) e un aiutante in grado di mettere tutti i componenti insieme (il bonario Hugo Wakefield di Colman Domingo).

Se nella realtà di Disclosure Day la grande rivelazione finale incolla tutti davanti allo schermo di un televisore o di uno smartphone, in un’epoca in cui la diffusione di alcune selezionate informazioni relative agli UFO effettivamente desecretate dalla Casa Bianca è passata essenzialmente inosservata, è chiaro che quella riprodotta da Spielberg non è la nostra realtà ma la sua, quella in cui ancora oggi, in un 2026 dilaniato e alla deriva, in cui la maggior parte del potere è detenuta da buffoni, spera e crede in un futuro migliore, che sia in grado di tornare a meravigliarsi ancora, come Roy Neary davanti all’astronave madre, come Indiana Jones davanti al Sacro Graal, come Peter Pan al ricordo della nascita del suo primo figlio, come Alan Grant di fronte ai dinosauri rinati sulla Terra. Un mondo che oggi forse (r)esiste ancora da qualche parte all’interno delle nostre menti e dei nostri ricordi.

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