Recensioni

Dicono che la loro è “brooding American psychedelia, modern psych, debt and war psych” ma in realtà sono affini a soggetti sporchi e lerci come i Fucked Up. Magari non proprio limitrofi per sonorità o punti di partenza, ma di sicuro come metodologia e risultati: non sono rassicuranti, non sono accomodanti, non sono leggeri né tantomeno carini. Sono punk fino al midollo e iconoclasti quanto basta per metter su un disco in cui, in maniera irriverente, si fanno beffe dell’establishment, dei suoni curati, delle forme levigate e di quant’altro rientri nel manuale del giovane musicista 2.0. Riverberano tutto, distorcono ancor di più, dilatano le forme e suonano sgraziati come se non ci fosse un domani. E più che un deep trip quello dei cinque dall’Arizona è un bad trip in cui tutto suona esattamente come dovrebbe suonare: tra cingolati noise, riverberi di feedback, echi cavernosi e motorik sfrenato (Slow Death Sounds), hardcore old e new-school, paranoia in quantità industrial, lentezze pachidermiche che ringiovaniscono i Melvins dell’affaire Jello Biafra (Bumpy Road), garage-rock sfascione (Control The Light) e un’aura di puzzolente disagio che ce li fa apprezzare da subito. Cover allucinogeno-psichedelica, inclusa.
Destruction Unit in realtà è tutta farina del sacco dell’ex Reatards Ryan Rousseau; il Nostro ha all’attivo una buona manciata di album autoprodotti e uno krautissimo di un paio di mesi fa, Void, su Jolly Dream. Nella formazione iniziale, parliamo di una decina abbondante di anni fa, c’erano un paio di Lost Sounds: Alicja Trout e Jay Reatard. Come dire, tutto torna.
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