Recensioni

6.7

I Death Cab For Cutie possono essere ricompresi nella legione di cosiddetti resistenti che specialmente all’alba di questo XXI secolo hanno provato a opporsi all’incipiente declino di quel macrocosmo che comunemente chiamiamo pop-rock. Una fitta schiera di gruppi e artisti di diversa estrazione, variamente riconducibili all’etichetta indie, o alternative, e protagonisti di quella che è stata forse l’ultima rivoluzione musicale giovanile, l’ultima stagione felice delle chitarre. Gruppi e artisti che certo dopo non sono spariti ma che nei successivi vent’anni hanno dovuto accettare, anche loro passivamente, la spotifizzazione crescente, il dilagare del pop e in generale la perdita di presa sociale della musica del diavolo e del concetto in essa insito di ribellione.

I DCFC, benché costretti anche loro a percorrere questo crinale discendente, sono riusciti a tenersi in sella, non senza scossoni (uno su tutti: l’abbandono, nel 2014, del chitarrista e co-autore Chris Walla), continuando a pubblicare (spesso ottimi) dischi e ad andare in tour tenendo fede al loro stile.

Finora la sigla capitanata da Ben Gibbard, dopo l’epocale Transatlanticism, l’album che nel 2003 li consacrò definitivamente, di lavori in studio ne aveva dati alle stampe altri sei, quasi sempre con discreti, e talvolta ottimi, esiti, a dispetto di una formula andata via via calcificandosi. Stavolta però al discreto ci si arriva con un po’ di fiatone. Questa undicesima raccolta di brani giunge a quattro anni di distanza da Asphalt Meadows e a otto dall’ancora precedente Thank You For Today, e non si sa se per una sciagurata concatenazione di eventi o se perché le cose in casa Gibbard stanno davvero virando verso il peggio, c’è qualcosa che torna meno a questo giro. Sarà il tempo che passa o la ripetitività di una proposta musicale oramai consunta, fatto sta che la penna del compositore statunitense, una delle più interessanti e originali della sua generazione (condivisa peraltro con la versione solista di sé oltre che con i Postal Service, progetto mandato definitivamente in soffitta) sembra iniziare a tossire inchiostro, più che a farlo fluire.

Come si ricorderà, la spinta definitiva verso la notorietà, al gruppo di Bellingham (Washington) la diede la serie televisiva The O.C., messa in onda dalla Fox nell’estate del 2003 e diventata presto un fenomeno cult generazionale. Ma gli adolescenti problematici del 2003 oggi sono quarantenni in posizioni consolidate, che parlano aziendalese e misurano le relazioni in base a quante persone hanno sotto. La musica dei DCFC, oggi, inizia a suonare come la colonna sonora di una nostalgica rimpatriata tra ex co-inquilini squattrinati che nel frattempo hanno accumulato empowerment in ambito professionale, acquistato casa e messo su famiglia. Niente di cui doversi scusare, intendiamoci, ma a qualcuno potrebbe non piacere.

Di sicuro – e ci mancherebbe – non ha nulla di cui scusarsi Gibbard nonostante, paradossalmente, le sue primissime (e bellissime) parole nell’opening track, Full Of Stars, che inizia nel segno portante di una calda chitarra acustica a cui poi si affiancano dolci rintocchi di pianoforte, esprimono proprio una richiesta di perdono («Please forgive me/These nights my head is full of stars/Of constellations retreating/Away from where we are»). Il musicista americano (nota a margine: ora che ha abbandonato il suo proverbiale caschetto scapigliato da shoegazer e adottato un più convenzionale taglio di capelli da crooner, la sua somiglianza con Morrisey inizia a diventare impressionante) non tradisce la sua cifra a base di indie-pop cantautorale a tinte introspettive, da cameretta, in ossequio a quell’estetica nerd di retaggio prevalentemente 90s che è sempre stata identitaria per lui. Un’estetica corroborata anche da una palette sonora stratificata (e spesso sottovalutata) che si sostanzia in passaggi ora più calmi, ora più spigolosi, ma sempre orecchiabili, eleganti e delicati.

In I Built You a Tower il disagio dei bei tempi ha ceduto il passo a un mood molto più sereno e rassicurante, in qualche modo arreso ma in pace con se stesso, ed è una cosa strana per un album dai testi densi di emozioni forti, appassionati, struggenti nelle loro riflessioni intime. In generale godono sempre di ampio risalto i suoni avvolgenti della sei corde acustica e del piano ma anche la vena elettrica pulsa sempre tra le pieghe di un lavoro che alterna toni placidi e confidenziali come quelli di Pep Talk e la parte contrassegnata come (a) della title-track (l’episodio cardine del disco, considerata anche la reprise del brano che chiude il blocco) ad altri decisamente più energici come la summenzionata Punching The Flowers, tutta giocata su ritmica forsennatamente sincopata e chitarre taglienti, Envy The Birds, oscura nel mood e – perlomeno nei suoi momenti più agitati – teleguidata da elettrica distorta e basso ossessivo, e How Heavenly a State, sostenutissima nel suo risoluto incedere. In mezzo, però, c’è come al solito una gran quantità di spunti. A Gibbard le idee non sono mai mancate, poi è chiaro che non gli si può sempre chiedere la luna. Del resto lo dice lui: «I fear I’ll soon be wishing on an empty sky».

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