Recensioni

6.5

Ben Gibbard è uno di quelli che ti basta guardarli e ritrovi la serenità, con la loro faccia da buoni cristiani, tanto più che siamo in tempi complicati e ritrovarsi bendisposti è diventato raro. Thank You For Today, l’ultimo album in studio, risaliva ormai al pre-pandemia e insomma era tempo che anche i Death Cab For Cutie rifiorissero, riportandoci nuovamente all’attenzione l’espressione bonaria dell’artista statunitense e fondatore del progetto. Un progetto nato sì nella Seattle che stava vivendo gli ultimi respiri del grunge ma che col grunge comunemente inteso non ha mai avuto nulla a che spartire, se non la predilezione per le cose fatte bene (qualità che, fortunatamente, è sempre stata transnazionale).

Asphalt Meadows, decimo lavoro della formazione, è iniziato da session separate come ormai abbiamo sentito a proposito di un sacco di dischi registrati nell’ultimo paio d’anni, ma – a detta della band – è stata paradossalmente la prova più affiatata del quintetto. Merito della produzione di John Congleton, senza dubbio, ma anche di una cifra che negli anni può aver perso smalto ma non la coerenza di fondo, quell’approccio sincero al songwriting senza scorciatoie né manfrine per accattivarsi chicchessia. In questo senso c’è un filo che lega i momenti più ispirati del gruppo, il meraviglioso Transatlanticism su tutti, ai capitoli venuti prima e dopo. In venticinque anni di carriera c’è qualcosa che non è mai cambiato in loro, e questo al di là degli inevitabili cambi di stile e di qualche comprensibile battuta a vuoto. Categoria, quella delle battute a vuoto, alla quale a nostro avviso non si ascrive Asphalt Meadows, che anzi suona come uno dei capitoli più riusciti nella discografia recente della sigla. Il rapporto con i DCFC, per chi li ha amati dagli albori, è un po’ come quello che si ha con i genitori: prima c’è stata la fase dell’amore smisurato (l’infanzia, leggasi i primi quattro album), poi quella della contestazione (l’adolescenza, corrispondente all’immediato post-Transatlanticism), a seguire quella del riavvicinamento (la maturità, che ha l’equivalente nei lavori dello scorso decennio) e infine quella dell’apprensione, cioè quella in cui se minimamente mamma o papà non ti rispondono al telefono, ti prendono le palpitazioni per la preoccupazione che gli possa essere accaduto qualcosa (l’ingresso negli “anta”, ossia la fase presente del gruppo).

Se Roman Candles, distorto e tirato indie pop attraversato da ansiogeni synth ma che si apre alla melodia nel ritornello, aveva messo le cose in chiaro già in sede di singolo di lancio, il resto del lotto non tradisce le premesse, e anzi in qualche caso si diverte pure a confondere le acque, come nel caso dell’opening I Don’t Know How I Survive, che a dispetto del titolo sa benissimo come preservarsi, gingillandosi salubremente tra una strofa strongly 80s e un ritornello impregnato di noise/indie/lo-fi anni ’90; o come nel caso della title-track che, sbancando al tavolo del miglior pop barocco, potrebbe ricordare certe contorsioni cerebral/melodrammatiche in area Get Well Soon. Qualche pausa è inevitabile, ci mancherebbe, tant’è vero che una Rand McNally o l’elegiaco, ancorché ridondante, spoken word di Foxglove Through The Clearcut ce li saremmo evitati volentieri; ma si tratta di peccati veniali pienamente emendati da passaggi tipo Here To Forever, che finché mette insieme Cure e Placebo magari non combina nulla di trascendentale ma quando – nel ritornello – aggiunge aromi di indie canadese di inizio 00s azzarda e viene premiato; oppure dalla dolcissima e sinuosa Pepper, che ti si appiccica addosso come carta per le mosche ma ti accarezza come se fosse seta. Più ispida è invece I Miss Strangers, con i suoi echi post-punk che però sono perfettamente bilanciati dai toni sospesi e cadenzati di una Wheath Like Waves, immagine che in qualche modo cozza con quella evocata dal titolo dell’album, e quelli notturni e conturbanti di una Fragments From The Decade. È la naturalezza della giocata, il punto forte di Gibbard e soci, l’abilità e la tranquillità con cui cambiano registro, passando dall’enfatico al sobrio, dal grintoso all’intimista, dall’ironico al serioso, dall’introspettivo al condiviso. Come si dice: c’è chi può e chi non può, e loro può.

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