Recensioni

I Dead Cat In A Bag ci hanno abituati a un codice ben caratterizzato anche esteticamente, come se le loro canzoni – quei teatrini biechi, rombanti, malinconici, grotteschi – dovessero accadere in una dimensione sbalzata dai tempi e dai modi consueti, dove predomina un immaginario fosco, appeso all’immobilità di cose desuete, al loro interrogativo un po’ gotico e piuttosto onirico. Una dimensione non alternativa ma sovrapposta, compresente nel qui e ora, come se l’altro lato della realtà fosse questione di sguardo, di consapevolezza, di una disposizione dell’anima. Tutto ciò ha trovato puntuale corrispondenza nelle copertine dei loro dischi, quadretti lynchiani in bianco e nero o al più seppiati, abitati dai correlativi oggettivi di un tempo che si fa ingoiare dal buio, tutta una scenografia di relitti ancora gonfi di memoria, come sentinelle a presidiare chissà quali varchi o confini.
A colpire del nuovo We’ve Been Through è quindi innanzitutto la copertina: non più uno scatto, non un’immagine colta da un periscopio in ricognizione nel mondo acquatico dei sogni, ma un’opera dell’artista visiva Cirkus Vogler, un collage nel quale si fa largo per la prima volta un colore: dietro a un velo (di Maya?) squarciato campeggia infatti un rosso rubino, tra l’austero e il sanguigno, sorta di sfondo (di sostrato?) su cui galleggia la metà inferiore di un volto di donna, le labbra socchiuse da mannequin, le mani a proteggere (o a mostrare?) una luna nera appesa all’orecchio con uno spago. Quasi a suggerire che l’altrove dei Dead Cat In A Bag abbia nel frattempo – nei quattro anni passati dall’ottimo Sad Dolls And Furious Flowers – oltrepassato una soglia, strappato il sipario, per poi balzare nel qui e ora da cui lo distanzia ormai solo un simbolismo sottile ed enigmatico.
Questo trapasso è, come dire, riassunto nella botta swamp-blues dell’iniziale The Cat Is Dead, un assalto furibondo al fine corsa delle possibilità, il gatto di Schroedinger stecchito per asfissia, un precipitare senza paracadute nel lutto della scomparsa del futuro. Eccoci qui, con lo sbraitare waitsiano/caveano che slabbra i timpani ma tutto sommato esplode a salve, non aspettandosi alcuna risposta da quel “What do you say” iniziale, pronipote ghignante ma inerte (inerme?) dell’antico “How does it feel” dylaniano (al basso, per inciso, troviamo Gianni Maroccolo).
Si avvia così un carosello di mestizie spaurite, rapimento trasognato e malanimo a muso duro, pescando dai codici riarsi del tex-mex, dalle scorribande balcaniche, dallo stagno ipnagogico delle colonne sonore, strutturandosi come ballate grondanti sogno (una Between Day And Night dalle chiare filiazioni Badalamenti), gighe indiavolate su battelli ebbri (una Fiddler, The Ship Is Sinking che scozza Pogues e Gogol Bordello), torch song dove a schiattare è il sentimento stesso (la febbricitante Duet For Nothing, cantata assieme a una torrida Alessandra K. Soro) e processioni in overdose di romanticismo nero (quella Lost Friends su cui Liam McKahey – ex Cousteau – stende velluti di languore canoro).
In mezzo campeggiano due cover: se Hunter’s Lullaby rilegge Leonard Cohen aprendosi una caverna di trepidazione nel petto (versione già apparsa nel tributo I Have Tried in My Way to be Free del 2015), la cover di Wayfaring Stranger fa emergere il peso di Carlo Barbagallo nell’economia del disco, da lui co-prodotto assieme ai tre gatti morti: il celebre traditional viene strattonato in una giostra di tempi dispari e ragli elettrici da cui il ritornello si smarca rifugiandosi in una tregua campestre, tutto un vorticare in bilico sotto un lucore da fulmini, tra devozione e dissacrazione beefheartiana di cui Barbagallo ha dato già ampiamente prova nei suoi molti progetti, a partire da quello a suo nome.
Anche altrove il centro di gravità sembra fare perno su modelli riconoscibili – solo per aggiungere ai già citati: Nick Cave, Tom Waits, Marc Ribot, Morricone, Mark Lanegan, Vic Chesnutt, Willard Grant Conspiracy… – come se fossero la chiave per raggiungere e punzonare l’ascesso interiore, quasi che Swanz, Scardanelli e André avessero chiara la necessità di tracciare un perimetro, di circoscrivere un territorio di codici forti, una bolla poetica per smarcarsi e padroneggiare un linguaggio sensato. Questa la pre-condizione per esprimere con densità, come ad esempio accade con la bellissima messa in musica di From Here, toccante poesia di Garcia Lorca.
Quello dei Dead Cat In A Bag è, in definitiva, rock, però lasciato fermentare sui confini – stilistici e spirituali – tra blues, folk e jazz, dove il popular mastica le tradizioni col mordente sgangherato e anarchico di una brass band o di un manipolo di mariachi, magari entrambe le cose. Vedi quel che accade nella title track, suggello crepuscolare dell’album e forse risposta alla domanda posta a inizio scaletta: quando il presente sembra sbattere a vuoto sul fine corsa, quando tutto – baci e battaglie, giorni tempestosi e notti mortifere – sembra ingoiato dallo stomaco nero del passato, quel che resta è ciò che siamo stati, l’impronta di una tempesta attraversata. La versione ultima, irriducibile, di sé.
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